Grande successo a Chamonix per lo Swatch Freeride World Tour by The North Face

I risultati della prima tappa dello Swatch Freeride World Tour 2015 by The North Face, tenutasi a Chamonix, Francia lo scorso weekend.

Sabato 24 gennaio cinquantanove dei migliori freerider del mondo hanno partecipato a Chamonix alla prima tappa dello Swatch Freeride World Tour by The North Face. Dopo aver ispezionato la parete Chamois sul versante le Brévent venerdì, sabato mattina i snowboarders maschili hanno dato il via alla competizione segnata da altissima velocità e grandi salti tra le rocce. La gara è stata vinta dallo statunitense Sammy Luebke con un punteggio di 87.80, davanti al britannico Sascha Hamm ed il 39enne austriaco Flo Orley che ha dimostrato che, nonostante la differenza di età, è ancora un atleta da non sottovalutare.

Dopo un breve stop a causa delle nuvole basse è arrivato il momento dello sci maschile: il campione in carica Loïc Collomb-Patton ha subito dimostrato di voler difendere il suo titolo con una corsa straordinaria che gli è valsa, con 92,75 punti, la vittoria davanti allo svedese Reine Barkered e allo statunitense Drew Tabke.

Nello snowboard femminile Shannan Yates ha creato una linea bellissima, giù per la linea di massima pendenza, che si è rivelata imbattibile. Nel dopo gara l’atleta statunitense ha dichiarato: "Oggi ho scelto una linea che non è stata toccata da nessun’altra – nessuna concorrente ci è andata vicino – e per me ha funzionato alla perfezione, neve fresca fino in fondo." La francese Anne-Flore Marxer si è guadagnata il secondo posto, davanti alla compagna di squadra, Elodie Mouthon, terza.

Quando le donne sono scese con gli sci le condizioni erano cambiate un po’, con luce bassa ed una leggera crosta. Tuttavia Eva Walkner ha creao una linea straordinaria per celebrare il suo ritorno dopo una lunga assenza per infortunio. Sul podio sono salite anche la svedese Christine Hargin, seconda, e per la gioia degli tifosi italiani anche la giovane cortinese Silvia Moser, terza.

La seconda tappa del Freeride World Tour si terrà a Fieberbrunn Austria il 31 gennaio.



CLASSIFICA FINALE

Snowboard maschile:

1. Sammy Luebke (USA), 87.80
2. Sascha Hamm (GBR), 85.50
3. Flo Orley (AUT), 79.80

Sci maschile:

1. Loïc Collomb-Patton (FRA), 92.75
2. Reine Barkered (SWE), 89.25
3. Drew Tabke (USA), 86.25

Snowboard femminile:

1. Shannan Yates (USA), 75.00
2. Anne-Flore Marxer (SUI), 70.50
3. Elodie Mouthon (FRA), 67.75

Sci femminile:
1. Eva Walkner (AUT), 73.00
2. Christine Hargin (SWE), 72.50
3. Silvia Moser (ITA), 70.00

Sci Highlights dal FWT15 Chamonix Mont-Blanc

Snowboard Highlights dal FWT15 Chamonix Mont-Blanc

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Scialpinismo in Trentino: 5 itinerari per vivere la montagna d’inverno

Scialpinismo, più che uno sport uno stile di vita: 5 itinerari di scialpinismo in Trentino da non perdere. Cima Lavazzè in Val di Non, Cima Hoabonti, Piccolo Colbricon, Cima Bocche in Lagorai / Pale di San Martino e la Val Gelada nelle Dolomiti di Brenta.

Lontano dalla confusione delle piste, dagli impianti di risalita e dalle seggiovie, esiste un mondo ovattato, candido: è il regno degli scialpinisti. La più classica e antica disciplina della montagna invernale trova in Trentino un luogo ideale per sperimentare un’emozione duplice: prima si sale la montagna, passo dopo passo, ammirando natura e paesaggi, e poi si scende nella neve fresca, gustandosi fino in fondo l’adrenalina che regala lo sci fuori pista.

Si tratta di uno sport che richiede una certa prudenza ed esperienza: portate con voi sempre ARTVA, sonda e pala. Leggete bene il bollettino valanghe prima della partenza e chi lo desidera, le guide alpine locali effettuano uscite accompagnate.

Proponiamo 5 itinerari di scialpinismo medio-facile difficoltà, non troppo conosciuti, adatti a tutti coloro che hanno un minimo di preparazione, e che si caratterizzano per i panorami spettacolari che si possono ammirare dalla vetta.
Tutti i percorsi li trovi qui!

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1. CIMA LAVAZZÈ, VAL DI NON
Facile itinerario sullo spartiacque che separa il Trentino dall’Alto Adige.
Per chi sceglie di trascorrere un weekend nella zona della Val di Non ci sono molti itinerari per escursioni sul vicino gruppo delle Maddalene.
>> Scarica la scheda tecnica dal sito www.visittrentino.info

Scialpinismo a Cima Lavazzè – Alta Val di Non con la Guida Alpina Alessandro Beber

2. CIMA BOCCHE, LAGORAI / PALE DI SAN MARTINO
si parte da Malga Camp de l’Ors, presso Passo San Pellegrino, dove ci si inoltra nel bosco fino a una zona pianeggiante a sud di Cima Bocche.
Si risale la cima in diagonale. Il panorama è fantastico a 360° sulle Pale di San Martino, Laghetti del Lusia, Lagorai e le cime della Val di Fassa.
>> Scarica la scheda tecnica dal sito www.visittrentino.info

3. CIMA HOABONTI, LAGORAI
bell’itinerario che si sviluppa sui versanti meridionali di Cima Hoabonti.
Il comodo accesso, il moderato dislivello e la relativa sicurezza dei versanti fanno di questa gita uno dei percorsi classici del Lagorai. Ottimo il panorama sul Gruppo di Cima Dodici – Ortigara.
>> Scarica la scheda tecnica dal sito www.visittrentino.info

4. PICCOLO COLBRICON, LAGORAI / PALE DI SAN MARTINO
Il selvaggio Lagorai è un ottimo terreno per delle gite su percorsi poco frequentati. Con dislivello inferiore a 1000mt, è un itinerario che non comporta grossi pericoli di valanghe. Offre il miglior panorama sulle Pale di San Martino, così vicine che sembra quasi di poterle toccare con un bastoncino!
>> Scarica la scheda tecnica dal sito www.visittrentino.info

Durante la stagione invernale in valle ci sono varie gare a livello amatoriale. Il calendario è pubblicato sul sito DOLOMITI SOTTO LE STELLE

5. VAL GELADA – BOCCHETTA DEI TRE SASSI, DOLOMITI DI BRENTA
Bella gita sci alpinistica in una valle laterale delle Dolomiti di Brenta, verso la Val di Sole. Ottima esposizione (“nomen omen”!) e paesaggio che si attraversa con gli sci.
>> Scarica la scheda tecnica dal sito www.visittrentino.info

INFO
>> Scopri qui tutti gli itinerari di scialpinismo del Trentino

PLANETMOUNTAIN.COM E L’INVERNO IN TRENTINO
03/12/2015 – Freeride in Trentino: 3 itinerari per scoprire the Power of Powder

Genesi, la spettacolare via d’arrampicata alla Cascata Lequarci in Sardegna

Il racconto di Maurizio Oviglia che alla Cascata Lequarci di Ulassai (Ogliastra, Sardegna) ha completato Genesi, una spettacolare via d’arrampicata di quattro tiri con difficoltà fino al 7a, aperta insieme a Cecilia Marchi e liberata con Paolo Contini.

A volte le vie non rappresentano solo una sfida in termini di difficoltà, ma al contrario rispondono soprattutto ad un’esigenza estetica. E’ il caso di Genesi, una via sicuramente molto particolare, per non dire unica, almeno in Sardegna. La Cascata Lequarci si trova in territorio di Ulassai ed è accreditata come la più alta della Sardegna. Purtroppo essa si forma solo dopo copiose piogge, mentre è praticamente inesistente per buona parte dell’anno. Tuttavia quando il miracolo dell’acqua, da queste parti non così frequente, si verifica… la cascata diviene un vero spettacolo della natura. Ma cosa c’è poi di diverso, direte voi, dalle altre cascate che si trovano un po’ dovunque? Innanzi tutto la cascata compie un salto di più di 70 metri nel vuoto, alla maniera di quelle venezuelane, per poi continuare per altri 80 metri con numerose cascatelle. Ma è in questo salto che si trova la vera particolarità. Qui l’acqua rimane infatti staccata rispetto alla parete di decine di metri. Già tre anni fa avevo avuto l’idea di fare una via a fianco alla cascata, per fare poi delle fotografie durante la piena. Ne era nato un itinerario sulla sinistra del flusso, su roccia a dire il vero piuttosto mediocre. Carpe Diem già nel titolo diceva tutto: andateci quando c’è la cascata, altrimenti meglio fare un’altra via! Tuttavia, nonostante le immagini realizzate su quella via abbiano fatto il giro dei media, non ero del tutto soddisfatto. Volevo osare di più e tentare una via dietro la grande cascata, proprio sulla parete strapiombante! Inizialmente avevo pensato ad un monotiro ma poi, studiando attentamente la parete, mi ero convinto ad azzardare una linea su tutta la parete, proprio attraverso i grandi funghi sospesi sulla destra dell’acqua. Arrampicare dietro la cascata doveva essere uno sballo totale!

Nel settembre di due anni fa mi son portato all’attacco della parete con mia moglie Cecilia. Ovviamente non c’era neanche una goccia d’acqua, l’ideale per provare a salire senza stress! Ho incominciato la via dal basso, come sempre, ma dopo il primo tiro mi sono accorto che stavo arrampicando su una crosta di calcare dove i fix non avrebbero fatto presa! Ho dovuto quindi per forza abbandonare ogni velleità alla prima sosta e ricorrere, se volevo terminare la via, alla chiodatura dall’alto a resina… Del resto lo scopo era estetico più che alpinistico, quindi che problema c’era?! Dopo un mese sono tornato da solo con la mia corda statica ed in circa due giornate di duro lavoro sono riuscito a completare la via, che si annunciava quanto mai strapiombante e spettacolare. Anche se non bisogna tacere che, negli ultimi tiri, sembra davvero di arrampicare su cartapesta! Ma come sarebbe stato scalare “Genesi” (dedicata per volontà di Cecilia a Sebastiao Salgado) in presenza della cascata? Non restava che aspettare qualche mese! Purtroppo l’inverno 2015/2016 è stato incredibilmente secco e la cascata non si è praticamente formata. Che delusione! Un altro anno di attesa quindi, il che non mi ha impedito di liberare la via alla fine dell’estate, in compagnia di Paolo Contini. Quattro tiri sino al 7a che, tuttavia, senza la cascata a fianco, non valevano tutta la fatica fatta per concepire e realizzare questa creazione!

Finalmente l’8 dicembre del 2016, grazie alle prime piogge, la cascata è scesa e sono riuscito a realizzare le prime immagini, nonostante avessi un occhio bendato a causa di un’operazione chirurgica fatta due giorni prima! Quindici giorni dopo il flusso era alla sua massima potenza, un vero spettacolo, peccato che fosse impossibile scalare la via! L’acqua sgorgava da ogni buco della parete, sembrava che la montagna volesse esplodere! Qualche giorno dopo, tuttavia, ho deciso di provare lo stesso: non stavo più nella pelle! Con Simone Sarti, compagno di vecchie avventure, abbiamo vissuto una giornata veramente indimenticabile! Scalare con la giacca vento, superando tratti bagnati e con addirittura l’acqua che usciva a spruzzo da buchi del calcare lungo la via, è stata una vera impresa degna di un torrentista… verticale, vestito però di cotone! Ne siamo usciti ovviamente tutti bagnati ma con alcune immagini veramente strepitose, di cui voglio darvi un’anteprima. Ma soprattutto con la consapevolezza che, forse, per scalare la via divertendosi è necessaria un po’ meno acqua. Se per “Carpe Diem” occorreva trovare l’attimo in cui la cascata fosse in piena… qui non basta più, bisogna valutare anche quanta acqua scende! Vi ricordate quello che scrisse Giancarlo Grassi sulle cascate… ghiacciate all’inizio degli anni ottanta? In molti invidiavamo a Giancarlo il fatto che avesse tempo per arrivare sempre al momento giusto, mentre noi ghiacciatori della domenica, dovevamo accontentarci di prendere ciò che si trovava. Chi avrebbe immaginato che un giorno si sarebbe scalato anche sulle cascate d’acqua? E che sarebbe stata necessaria ancora più pazienza che per quelle ghiacciate?

Maurizio Oviglia

Ringrazio Paolo Contini per le immagini aeree

SCHEDA: Genesi, Cascata Lequarci, Sardegna

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Simone Tentori: grandi boulder a Magic Wood e Val Masino

Il video di Achille Mauri che riassume gli ultimi 5 mesi di boulder di Simone Tentori, durante i quali il giovane climber lecchese ha salito anche l’8B di Riverbed a Magic Wood in Svizzera…

L’anno che si sta concludendo è stato particolarmente ricco di soddisfazioni per Simone Tentori che ha chiuso diversi interessanti progetti sia di boulder che di falesia lungo tutto l’arco alpino: Italia, Austria e Svizzera. In questo nuovo, originale video di Achille Mauri, ripercorriamo alcuni dei boulder saliti da Simone a Magic Wood e in Val Masino

Ecco alcuni dei boulder chiusi da Simone Tentori negli ultimi 5 mesi:
8B – Riverbed (Magic wood)
8A+ – Disney production (Brione)
8A+ – Unità di produzione (Val Masino)
8A – Cellar door (Brione)
8A – Entwash (Brione)
8A – Marilyn monroe (Brione)
8A – Special Edition (Brione)
8A – La Boule (Cresciano)
8A – The right hand of darkness (Magic wood)
8A – Unendliche Geschichte 2 (Magic wood)
8A – Aspettando Fred Nicole (Val Masino)
8A – Bestiale (Val Masino)
8A – Metodo Iperespresso (Val Masino)

Simone ringrazia: CAMP-Cassin e FiveTen

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Adam Ondra sale Jade 8B+ flash

Domenica 7 giugno nel Rocky Mountain National Park Adam Ondra ha salito in stile flash il boulder Jade 8B+.

Dopo essersi piazzato terzo – dietro a Nathaniel Coleman e Jan Hojer – nella seconda tappa della Coppa del Mondo Boulder a Vail sabato scorso, domenica Adam Ondra si è recato nel Rocky Mountain National Park dove ha chiuso flash Jade, il boulder di 8B+ liberato da Daniel Woods nel 2007.

La salita di Ondra al primo colpo ed in pochissimi secondi è avvenuta dopo il flash del 8B Don’t get too greedy nello stesso giorno, ed è a tutti gli effetti una delle salite flash più difficili di tutti i tempi. Mentre nel 2011 Daniel Woods aveva salito flash il boulder Entlinge in Murgtal in Svizzera, Ondra aveva salito nello stesso stile sia Confessions (Cresciano 2009) sia Gecko Assis (Fontainebleau 2011), ritenendo però che per lui entrambe erano da valutare come 8B anziché 8B+ originale.

I boulders più difficili saliti da Ondra finora sono la prima salita di Terranova a Moravsky Kras nel novembre 2011 e la ripetizione di Gioia a Varazze un mese più tardi. Entrambi sono gradati 8C+, attualmente la massima difficoltà mondiale.

Il video della salita da: www.island.io/island/adam-ondra-flashes-in-rmnp

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Alpinismo Vagabondo #4: Lettera dal Cerro Colorado: arrampicate Trad tra licheni, guanachi e condor

Il Cerro Colorado, l’arrampicata trad, la solitudine, la gioia, i licheni e i condor… la quarta puntata di Alpinismo Vagabondo di Giovanni Zaccaria e Alice Lazzaro arriva dalla Regione di Aysén – Patagonia Cilena, è una lettera che sa di vento che modella le nuvole, di avventura e viaggio.

Caro Papà, è notte, ma il forte vento che urla qui fuori fa ballare la tenda e mi tiene sveglia. Non so come Gio riesca a dormire affianco a me. Almeno lui sarà fresco per la discesa di domani. Mi è venuta voglia di scriverti per raccontarti un po’ di questi giorni…ti piacerebbe un sacco questo posto! È veramente unico.

Il Cerro Colorado si erge maestoso tra colline verdi, senza vantarsi della sua bellezza e particolarità: quasi come un organo, è formato da tante canne prismoidali di basalto che, una accanto all’altra, costruiscono linee perfette di fessure e diedri. Per ammirarlo in tutta la sua grandezza abbiamo dovuto camminare per tre ore tra le colline, seguendo solamente tracce di animali, dal rifugio di due pastori. Sono stati ospitali e gentili, ma il dialetto stretto e l’abitudine a vivere lontano da altri esseri umani ha reso difficile la comunicazione. Poi per cinque giorni abbiamo vissuto qui: io, Gio e la tendina accanto ad una sorgente. A tenerci compagnia solo le risate di guanachi (lama patagonici) e il volo dei condor…

I condor! Papà, mi hanno volato vicinissimo! Che scena! Stavo salendo un tiro da seconda e mentre Gio dall’alto mi assicurava, due condor hanno cominciato a volteggiare sopra di noi. Poi sono diventati quattro, sei, alla fine otto condor enormi ci giravano attorno. Io ridevo, ma avevo paura! Urlavo che non ero ancora morta, che non ero ancora cibo per loro. Gio fotografava, sghignazzava e non assicurava che mangiassero solo carogne!

La solitudine che si respira ci fa vivere in una dimensione irreale… a volte ci dimentichiamo che siamo a migliaia di chilometri da casa… forse perché i gesti, le emozioni e il sentimento di libertà che mi pervadono sono così simili su tutte le montagne. A stretto contatto con la natura sento che mi riapproprio di ritmi più veri, che avevo un po’ dimenticato nella frenetica vita di città. Sai, è anche un po’ colpa (o merito?) tua se sono qui a inseguire creste di montagne sconosciute e a sognare avventure in terre misteriose. Sei tu che mi svegliavi dolcemente prima dell’alba per andare a vedere i camosci, tu che mi aiutavi a legare ben stretti gli scarponi, tu che mi hai insegnato i comandi della cordata. Tu, con l’enorme collezione di libri e riviste di montagna, con i racconti di vita all’aria aperta, ma soprattutto con l’esempio, mi hai fatto apprezzare il sudore lungo i sentieri, il vento e la neve anche se arrivano al momento sbagliato. Hai fatto crescere in me la voglia di scoprire cosa si nasconde oltre l’orizzonte.

Qui si arrampica trad, ma i movimenti non sono semplici e i gradi abbastanza severi. Mi piacerebbe vedere come ti muovi tu che ami camini e diedri! Da lontano sembra che le linee di fessure siano perfette, proteggibili ed eleganti. Poi, quando sei lì, ti senti meno elegante e meno protetto, le mani si sfregano dentro le fessure fino a sanguinare. Quando la canna si fa più verticale e non ci sono più appoggi, ti spingono verso l’alto solo attrito e volontà. Comunque, durante questi giorni, siamo abbastanza migliorati e quando mi accorgevo di aver incastrato bene un piede o di aver fatto diversi metri tutti in Dülfer, mi sorridevo di nascosto. Non si finisce mai di imparare e il corpo gode nello scoprire nuovi equilibri ed impensati movimenti.

Il secondo giorno Gio è volato. Mi sei venuto in mente, ho ricordato all’improvviso quel tuo volo sulla via Dibona. Ti ricordi? Era il primo volo che trattenevo in montagna. L’appiglio ti è rimasto in mano e anche il friend è venuto via… che paura! Ho fatto una tremante asola e contro asola, ci siamo ricongiunti ed era già il momento per me di ripartire da prima. Ne è passato di tempo da quel giorno e anche qualche altro volo. La sensazione di avere la vita di qualcun altro tra le mani e non poter fare più di tanto, però, è sempre fortissima. Scalavamo una via aperta all’inizio di quest’anno, era ovvio che fosse ancora sporca. Insomma, dopo trenta metri Gio è volato. Per fortuna aveva messo un piccolo nut perché il friend sotto sarebbe venuto via. Una frazione di secondo con il fiato sospeso e un rumore per niente confortante, subito abbiamo realizzato che la mezza corda che aveva tenuto il volo si era scamiciata, impigliandosi su di una scaglia marcia e tagliente. “Mais Sorte que Juizo” (Più fortuna che giudizio) si chiama quella via maledetta… a volte più che al grado bisognerebbe prestare attenzione al nome!

Si possono fare molti monotiri e il primo giorno li abbiamo usati per abituarci allo stile di scalata. Ma sai bene che a me e Giovanni piace arrivare in cima alle montagne. Questo Cerro Colorado, quindi, l’abbiamo salito in cima ben tre volte per le sue tre differenti pareti. Sai anche che noi abbiamo una certa predilezione per le discese al buio… e così la prima via per la cima (The Daley Splitter + Fingers of Fate, 180mt, 6b) l’abbiamo attaccata sulla Repisa Central alle cinque di pomeriggio. Abbiamo poi utilizzato la tecnica, ormai perfezionata, di “una frontale per due”, cercando il sentiero (inesistente) di ritorno tra massi instabili e ghiaioni.

Il giorno dopo ci siamo concessi un po’ di riposo: abbiamo fatto yoga, stretching, letto della Patagonia tra Chatwin e Sepulveda, mangiato e dormito… insomma recuperato le energie. Le altre due salite in cima le abbiamo fatte ieri e oggi.

Ieri ci siamo fiondati sulla via Blown Away alla Prua (200mt, 6c+). È la prima via aperta sulla parete, la guida sentenzia: “strenuous crack climb”… ed è stato davvero così. L’abbiamo sudata dall’inizio alla fine! La linea segue lo spigolo, che sembra davvero la prua di una nave, e sale sempre dritta fino in cima. La roccia è compatta… anche troppo! Spesso ti trovi incastrato tra le canne, senza più appoggi né appigli, a chiederti com’è che sei finito lì.

Oggi invece abbiamo salito El Escudo, in teoria la parete con roccia migliore, di un caldo colore rossastro. Per arrivarci bisogna salire sessanta metri di zoccolo… sì, lo chiamano El Zòcalo, ma è un tiro di 6b. Abbiamo passato circa un’ora alla base dello Scudo, con gli occhi che saltavano tra la foto nel telefono e la parete, cercando dei punti di riferimento tra infinite canne parallele e verticali, rotte solo da qualche piccolo tetto. Con molta calma e pazienza abbiamo individuato la linea della via (Yuyitzu, 160mt, 6b+) Aperta l’anno scorso, anche questa non aveva tracce di magnesio né segni di molte ripetizioni… ormai avrai capito che questo luogo è frequentato solo dagli apritori e pochi altri. Le difficoltà principali sono quindi trovare una strada sensata e abbastanza sicura tra le canne, spostandosi da una all’altra al momento giusto, ovvero prima che le fessure diventino cieche. Gio è stato bravissimo, come al solito, e nonostante i licheni negli occhi, le scaglie marce e i camini improbabili, ci ha condotti per la terza volta in cima.

Lassù mi sentivo piccolissima di fronte alla vastità del panorama deserto. In cielo quelle nuvole speciali che ho visto solo qui, sinuose curve lavorate dal vento. Che silenzio surreale, che respiri profondi. Allora vi ho pensato ancora una volta, ognuno preso dalle proprie sfide della vita. Ho regalato quella visione di pace e quell’istante di felicità alle persone che amo: spero vi arrivi un po’ dell’energia che ho percepito in quel momento.

Ora è meglio che io provi ad ignorare il vento e riposi un po’. Domani dovrò affrontare una discesa controvento con il saccone pesante sulle spalle, la conversazione e le tortas fritas fatte in casa dai pastori, e poi via… ci immetteremo dal piccolo Chile Chico sulla Carretera Austral, per proseguire ancora il viaggio verso sud.

Un abbraccio di buonanotte, o meglio per voi ormai di buongiorno!
P.S.: Saluta tanto la mamma e dille di non preoccuparsi troppo per noi!

Alice (e Giovanni) Cerro Colorado, 1 dicembre 2016

Ringraziamo per il supporto:S.C.A.R.P.A.-Climbing Technology- Beal

DIARIO ALPINISMO VAGABONDO
>> 27.10.2016 – Alpinismo vagabondo #1: fare lo zaino, partire, andare in montagna
>> 25.11.2016 – Alpinismo vagabondo #2: Storie dell’altro mondo
>> 05.12.2016 – Alpinismo vagabondo #3: a magia dell’arrampicata a Piedra Parada

El Gato Negro, la prima scalata in Africa di Manolo

Manolo, il Kenya, l’Africa, l’arrampicata e la corsa. La storia di El Gato Negro (25/30m 7a/b), una nuova via di arrampicata trad nata per caso, nelle Iten Rocks a Eldoret in Kenya, tra i magnifici runners degli altopiani e il soffio caldo dell’Africa. Il racconto di Manolo e il video di Claudio Berardelli.

“Per quanto mi riguarda nulla so con certezza ma le stelle mi fanno sognare” Vincent van Gogh

Correre… correre, mi piaceva, correvo all’alba, al tramonto, correvo con la pioggia con la neve con il freddo, correvo al buio, con la pila, con la luna o alla luce dei lampioni, correvo sulle strade asfaltate, fra le pozzanghere degli sterrati, sui sentieri sull’erba e sulle pietraie, correvo sulle spiagge, in montagna e nel deserto, correvo ovunque, sui marciapiedi delle metropoli, negli aeroporti, e nei loro enormi silos, correvo nei parcheggi, correvo sotto il sole torrido ormai senza sudare, correvo per fuggire, per raggiungere, correvo per non stare fermo, correvo senza meta senza orologio senza tempo… correvo!

Non sei mai stato in Africa? “Daii!!!… è un’occasione per conoscerli, è uno spettacolo vederli correre all’alba sulle piste rosse delle Nandi Hills.”
“No Vince, non posso, ho promesso a “Narci” che avremmo raccontato la storia della “nostra scalata”, hanno già organizzato…!”
“Beh, torni un po’ prima, dai metti dentro anche una corda e un paio di friends che se troviamo un posto magari un giorno riusciamo anche a scalare!”
“No Vince, non arriverei in tempo e poi ci sono i mamba!!!”

Mi vengono in mente le giraffe, i leoni, i Masai, non so nemmeno esattamente dove si trova il Kenya in quell’immenso continente, ma ormai ci sono seduto sopra a 12.000 metri d’altezza e Vince se la ride felice.

Vincenzo Lancini, “pura energia”, fisioterapista e vero mago della “Tecar”, segue ormai da diversi anni molti straordinari campioni dell’atletica, fra i quali i Keniani. All’aeroporto di Eldoret, ci accoglie un suo amico con il quale ogni tanto collabora, Claudio Berardelli, che da “undici” li allena.

Colori, il mondo diventa colori, gli uomini, le donne, le capanne, le bici, le moto colori, le strade sono un fiume di colori che si muovono. Poi un muro alto con il filo spinato e un portone di ferro che si apre e oltre le inferriate, un giapponese di quasi ottant’anni con un libro in mano s’inchina e saluta: ma dove sono finito?

Claudio mi presenta Jiro Mochizuki uno dei più famosi fotografi del pianeta atletica, poi smette di parlare, di telefonare, respira e mi dice di avere un’idea… e mi preoccupa!

Sono ancora frastornato dal viaggio, dal sole, dai colori… dall’Africa e siamo già in viaggio per vedere se possiamo scalare, ma non dovevamo solo guardare i campioni correre?

Quando scendiamo dalla macchina la Rift Valley si spalanca infinita, ma non vedo niente su cui scalare, solo qualche masso pieno di muschio e poco interessante, meno male! Non ne ho proprio voglia, sono stanco morto.

Claudio mi suggerisce che sarebbe carino fare anche solo qualche metro per la stampa locale, non hanno mai visto nessuno scalare, sono molto curiosi e sarebbe bello.

Scalare un masso muschioso in mezzo ai serpenti, per la televisione…? Non lo ascolto neanche, mi sembra un pazzo!

Bevo un té… faccio due passi, attraverso un campo, qualche capanna, e improvvisamente una parete precipita di colori arancioni, e mi ritorna la voglia di scalare.

Claudio diventa inarrestabile, mi ricorda che la tv locale sarebbe interessata e ci sarebbe anche quella nazionale… anche al National Daily farebbe piacere… e… se non ti disturba troppo, la trasmissione sportiva del Kenya…

Ed eccomi sistemato!

Sul bordo di quel cuneo di roccia non possiamo attaccarci da nessuna parte, i pochi friends servono tutti per la salita, e dobbiamo trovare uno straccio di corda per poterci ancorare e almeno una spazzola… trovano tutto!!!

La parte centrale sembra troppo difficile e quando mi calo, una mangusta schizza da una tana a fianco… ma non si ciba di serpenti? “Dai… dai! se c’è lei non ci sono loro!”, aggiunge Vince.

A me viene da pensare il contrario… La parete strapiomba non riesco ad agganciarmi da nessuna parte però appaiono dei buchi che prima non avevo visto, ma sono così piccoli che dentro non ci può stare nessun serpente, e provo a scalarla.

Fantastico!

I movimenti su quella pietra vulcanica e morbida sono possibili, belli e nemmeno così difficili, ma sembra invece impossibile proteggersi con il misero materiale che abbiamo.

Mi guardo attorno… sono in Kenya nel cuore dell’Africa, sopra a un pezzo di pietra colorata e speciale e, forse, non ritornerò mai più.

“Ricala Vince!” Provo a rivedere…

Tre friends e uno stopper! Potrebbe essere il nome per la via, ma lo stopper non serve a niente e neanche il friend a metà, quello dopo è un terno al lotto, però l’ultimo all’uscita è ottimo. Peccato che ormai lassù il peggio sia finito.

Sul sentiero metto male un piede, una fitta e il menisco sembra lesionarsi, ma porca miseria sarà mica colpa di quel “Gato Negro” disegnato sulla bottiglia cilena che abbiamo aperto ieri?

La pioggia notturna peggiora le cose ma all’alba il cielo è terso e il giardino sembra una fornace! Siamo all’equatore e mi chiedo come sarà quella roccia arancione!

Cerco di non pensare e partiamo per le “Iten Rocks” che, a 2.400 metri di quota, sono già schiaffeggiate dalla brezza secca e forte del Rift, che ci costringe a coprirci.

Le condizioni sembrano perfette, nessun mamba in circolazione, il ginocchio è incerottato come un pacco postale e Vince, oltre alla “Tecar” sa usare il “mezzo barcaiolo”.

Poi guardo solo in alto e incomincio a salire emozionato come un bambino, sulla mia prima via in Africa.

Sopra, sull’altopiano, intanto gli atleti continuano a correre il loro “fartlek” infinito verso un traguardo disegnato di dollari, ma ormai, lontani e imprendibili sono rimasti in pochi, solo i campioni che corrono… corrono… corrono ogni giorno per fuggire sempre più lontano dalla strada e dalle loro storie difficili, e lo fanno come lo possono fare solo loro, belli e leggeri sfiorando quel suolo rosso che si perde nel sole enorme del Kenya.

“Ciao Manolo! Com’è andato il ritorno tutto bene? “Sei arrivato in tempo per la serata?”

“Si Vince! Sono arrivato appena in tempo, ma mi sono quasi addormentato e mi spiace, ma avevi ragione tu, ne valeva la pena, anche se “la mia Africa” si è fermata su un piccolo cuneo di pietra arancione fra le verdi colline del tè, ad ascoltare le storie difficili, di chi corre e di chi allena sull’altopiano fra gli infortuni della strada e della vita, confermando che la passione è l’ossigeno dell’anima!

“El Gato Negro” è nata per caso infilandosi per scherzo in un ritaglio di tempo imprevisto, ma sono quasi certo che è solo una piccola parte di tutto quello che non ho visto!

Un grazie sincero a Claudio Berardelli, Janeth Jepkosgei e Prisca Jeptoo per la magnifica ospitalità e compagnia, e a Vincenzo Lancini per aver reso possibile e aver condiviso questa mia esperienza “africana”. A loro e a tutti va l’augurio di ogni bene anche per l’anno che verrà.

Un ringraziamento doveroso inoltre va ai miei Sponsor La Sportiva e Montura.

Maurizio Manolo Zanolla | Eldoret 08/12/2015

Iten Rocks / El Gato Negro 25/30m 7a/b trad

Video El Gato Negro by Claudio Berardelli:

Marc-André Leclerc: le vie Tomahawk e Excocet free solo in Patagonia

L’alpinista canadese Marc-Andre Leclerc ha effettuato una salita in solitaria delle vie Tomahawk ed Excocet su Aguja Standhardt in Patagonia.

A febbraio di quest’anno l’alpinista canadese Marc-André Leclerc, dopo aver salito Cerro Torre, Torre Egger, Punta Herron e Cerro Standhardt da sud a nord insieme allo statunitense Colin Haley, aveva effettuato la prima solitaria della via Corkscrew sul Cerro Torre. Impiegando soltanto 18 ore in totale per la storica prima solitaria di questa via – e soltanto la 7° free solo sul Cerro Torre in assoluto – il 22enne canadese aveva indubbiamente segnato un bel colpo.

Adesso Leclerc è tornato in Patagonia dove ha appena effettuato un’altra importante solitaria, questa volta sull’ Aguja Standhardt lungo la combinazione delle vie Tomahawk e Excocet. Leclerc è arrivato ad El Chalten verso la fine dell’inverno australe e, senza perdere tempo, ha depositato del materiale al campo Niponino prima di tornare a El Chalten. Due giorni più tardi è tornato a depositare altro materiale, poi si è riposato alcuni giorni per risolvere un problema al ginocchio infiammato.

Il 20 settembre, l’ultimo giorno del calendario invernale, è partito da El Chalten, ancora una volta diretto al campo Niponino, questa volta sotto ad un cielo blu visto che una buona finestra di bel tempo era arrivato come previsto. Il giorno successivo ha effettuato la per niente facile salita, per nulla banale, fino al piccolo passo di El Boquete da dove è finalmente riuscito a dare un’occhiata ad uno dei suoi principali obiettivi la Supercanaleta sul Fitz Roy. Visto che questa non era in condizioni, la mattina successiva ha deciso di salire la parete sud del Cerro Pollone Detto fatto: Leclerc ha velocemente raggiunto la cresta sommitale e poi, impossibilitato a raggiungere la vetta orientale, si è calato, per poi riposarsi un altro giorno. Il meteo era perfetto e questo riposo è stato definito da Leclerc come "probabilmente la cosa probabilmente più difficile mentalmente di tutta la mia avventura!"

Dopo questo giorno di riposo, Leclerc è partito dal Campo Niponino alle 4:30 del mattino diretto all’ Aguja Standhardt per la via Exocet. Durante l’avvicinamento però ha cambiato idea e ha deciso di iniziare più in basso, lungo la via Tomahawk; aperta nel 1994 da Conrad Anker e Steve Gerberding, questa via supera le pareti inferiori di Aguja Standhardt e, anche se tecnicamente più difficile, gli sembrava una scelta migliore rispetto a quella di salire lungo il ghiacciaio pieno di crepacci.

Leclerc ha arrampicato velocemente, salendo tiri fino ad 80m (la lunghezza della sua corda), per poi piantare un chiodo da ghiaccio e recuperare il suo zaino. Con lo zaino in spalle invece ha superato il caratteristico camino di Tomahawk, descritto come "un tiro tecnico e molto divertente", e questo ha dato accesso alle rampe di neve che, a loro volta, hanno portato fino all’incrocio con la via Excocet.

A questo punto il terreno si è fatto più ripido e sotto il camino Leclerc si è brevemente riposato per mangiare qualcosa. Poi, è ripartito nuovamente verso alto: "Nel camino ho trovato ghiaccio generalmente di buona qualità, visto che il sole, più basso rispetto all’estate, non era riuscito a raggiungere la parte interno del camino ed intaccare il ghiaccio."

Quattro tiri di 80m hanno portato ad una placca che sbarrava l’accesso alla cresta finale, ma anche questa è stato superata senza bisogno di fare sosta ed autoassicurarsi. Il fungo sommitale è stato superato lungo uno stretto tunnel di ghiaccio, esattamente 12 ore dopo essere partito.

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Il tempo ha cominciato a peggiorare e Leclerc ha subito iniziato la sua discesa. Con una sola corda da 80m (invece delle solite due corde da 60m) è stato costretto a volte a fermarsi per attrezzare delle soste. La discesa si è rivelata relativamente semplice, a parte un breve momento di panico quando un vecchio nut di sosta ha cominciato a uscire dalla fessura. Leclerc ha raggiunto il ghiacciaio alla 8:00 circa, appena prima del buio, ed è tornato sano e salvo al campo Niponino due ore più tardi.

Commentando questa sua salita, Leclerc ha dichiarato: "Nonostante fossi stanco dalla mia lunga giornata, ho fatto fatica ad addormentarmi. Ho ripensato a lungo agli eventi di quella salita, e mi sono meravigliato della mia fortuna con il meteo, con le condizioni ed il mio tempismo. La via è stata senza dubbio una delle vie di ghiaccio migliori che abbia mai salito, ed è stata un’esperienza fighissima arrampicare in free solo, a-vista ed in libera, completamente da solo in tutta la Valle del Torre."

Vale la pena ricordare che nel novembre 2010 Colin Haley aveva effettuato la prima solitaria del Cerro Standhardt, sempre lungo la via Exocet.

Tutte le informazioni e il portfolio della salito su www.marcleclerc.blogspot.com

El Diente, nuova big wall a Monterrey in Messico

Dal 2 – 21 dicembre 2015 Octavio Aragon, Sergio Almada Berreta e Gareth Leah hanno aperto El Son del Viento (5.12d, 420m) una nuova via d’arrampicata sulla parete nord di El Diente, Parque Nacional Cumbres de Monterrey, Messico.

Arrampicando dal basso per un totale di 18 giorni, il climber inglese Gareth Leah ed i messicani Sergio Almada Beretta e Octavio Aragon hanno aperto El Son del Viento, una nuova via sportiva alta 420m sulla parete nord del El Diente, nel Parque Nacional Cumbres de Monterrey in Messico. Come è facilmente intuibile dal nome, El Diente è una incredibile cima a forma di dente che si staglia sulla cresta della Sierra Madre e il punto più alto è stato raggiunto nel 1962 tramite la parete ovest. La nuova via di Leah, Beretta e Aragon è stata successivamente liberata in due giorni con difficoltà fino a 5.12d (7c). La via prende una linea piuttosto diretta fino in cima passando reperti del primo tentativo, effettuato a metà degli anni Sessanta da climbers messicani, descritti da Leah come “un tributo storico per l’audacia degli alpinisti dell’epoca, veri visionari, molto avanti con i tempi.”

EL SON DEL VIENTO di Gareth Leah

L’idea della parete mi è venuta nell’ aprile del 2014 durante una visita a Monterrey per conoscere meglio Escalando Fronteras, un programma per giovani. Mentre ero a Monterrey il climber del posto Joel Bert Guadarrama mi ha invitato a vedere una zona che stava sviluppando insieme allo statunitense Mark Grundon chiamata”El Diente”, che prendeva il nome dalla gigantesca torre a forma di dente che si trovava sopra le falesie che stava spittando. Anche se l’arrampicata sportiva li era fantastica, la mia attenzione è stata attirata dalla gigantesca parete, con la sua forma ben distinta, la posizione semi-remota e l’assenza di altre vie sulla sorprendente parete nord. Ho capito immediatamente che volevo aprire una via li, ma in quel periodo stavo già aprendo un’altra via, The Life You Can Save 5.12+, 350m sulla nord di Pico Independencia.

Con questo, El Diente è stato messo in secondo piano fino all’inverno successivo, quando ho pensato di ritornare in Messico con più tempo da dedicare alla parete e per trovare una squadra. Sono tornato al mio lavoro dalle 7:00 di mattina alle 8:00 di sera come arboricoltore negli Stati Uniti, dove ho trascorso le mie serate a parlare di vie da sogno con potenziali compagni di cordata. Uno di questi è il mio buon amico e grande climber di Chihuahua, Sergio “Tiny” Almada. Tiny aveva aperto nuove vie su El Gigante (Tehue) e Piedra Bolada (Rastamuri) a Basaseachi, Chihuahua, e Messico, nonché sulla parete di Peña Aman a a Huesca in Spagna la via ‘Los Delincuentes’… Tiny ha portato con sé un amico da Juarez, Octavio “Ocho” Aragon. Anche se meno esperti di me e Tiny, Ocho ha dimostrato di essere capace di imparare in fretta, una vera macchina da big wall.

Acceleriamo tutto fino a novembre 2015 quando sono tornato in Messico dove abbiamo fissato il piano. Nei mesi prima di tentare la parete avevo effettuato alcuni brevi viaggi a Monterrey dagli Stati Uniti, per tentare di raggiungere la base della parete che mi sembrava irraggiungibile da qualsiasi lato provavo. Alla fine sono riuscito a raggiungere la base durante l’ultimo tentativo grazie all’aiuto dei climbers del posto Carlos Flores e Diego Guittierez che per ore hanno tagliato un sentiero attraverso la fitta giungla messicana.

La via sale una linea meno più o diretta dalla base fino alla cima, affrontando molte delle sezioni caratteristiche della parete, tra cui un certo numero di tetti e canne. La via è una via sportiva che richiede poco più di una corda, alcuni rinvii e una certa esperienza su vie di più tiri. È spittata dal basso fino in cima, sono presenti le soste per le calate ed i tiri più difficili sono facilmente azzerabili. La via ha richiesto un normale lavoro di pulizia per rimuovere le piante, la roccia marcia e prese instabili. La parete è alta, ma non molto larga e molto della roccia disponibile non è arrampicabile a causa della superficie, molto calcificata, con uno strato perfettamente bianco e liscio.

Un enorme grazie a tutti coloro che hanno contribuito a rendere questo sogno una realtà tra cui Joe Bert Guadarrama, Carlos Flores, Diego Gutierrez, Riki Lopez, Adrian Ayala Orejoa e ovviamente i miei compagni di cordata Tiny Almada e Ocho Aragon. Niente sarebbe stato possibile senza di loro. Siamo diventati veramente un team sulla parete, pensando l’uno per l’altro è diventato normalissimo e ci siamo divertiti un sacco facendo ciò che amiamo di più. Grazie anche al team originale che ha salito questa parete, senza dubbio ispirerà le nuove generazioni la loro via visionaria.

Melloblocco 2016 in video: Smart Climbing Festival

Un video sullo spirito del Melloblocco, il meeting internazionale di arrampicata e boulder che si è appena svolto in Val Masino – Val di Mello dal 5 all’8 Maggio 2016.

Non è il video ufficiale, ma è senz’altro è un ottimo contributo per capire di più sul Melloblocco, del suo ricco passato che l’ha fatto diventare il meeting di arrampicata più importante al mondo, e di come questo raduno di boulder si sta evolvendo per il futuro. Una cosa è certa: in questa era del 2.0 tutti i tempi sembrano essersi accorciati, tranne quelli della natura. Come quelli, meravigliosi, della Val di Mello e Val Masino che si vedono in questo video.

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