Pennadomo, arrampicare in Abruzzo

Giorgio Ferretti presenta una delle falesie DOC dell’Abruzzo, le Lisce di Pennadomo.

Pennadomo è un piccolo paesino dell’Abruzzo Citeriore circondato da incredibili lame calcaree che fuoriescono all’improvviso in verticale dalle dolci colline della media valle del fiume Sangro. La sottile bellezza paesaggistica di questa zona è un patrimonio unico, considerando anche la posizione geografica e climatica ideale e la vicinanza al mare Adriatico e alle selvagge montagne del basso Abruzzo.

Le prime vie risalgono alla fine degli anni ’80 ad opera di Giorgio Ferretti e negli venti anni che sono passate queste "Lisce" sono state le protagoniste di una buona fetta della storia dell’arrampicata abruzzese, costituendo un formidabile terreno di scalata sia per l’arrampicata sportiva sia per le vie di più tiri da proteggere.

Negli ultimi anni la manifestazione "Maratona di Arrampicata" organizzata dall’Abruzzo Climb ha portato una notevole crescita del numero di vie e la richiodatura degli intinerari. Questo è stato reso possibile grazie all’attuale amministrazione comunale che ha creduto subito e lavorato per lo sviluppo di questo sport come risorsa naturale unica. In futuro, questo genere di attività turistico sportivo potrebbe diventare una nuova realtà economica per un paesino popolato prevalentemente da anziani.

Il futuro è dei giovani, che qui purtroppo mancano. Si può pero sperare che arrivino da altre realtà per investire su basi già create da qualcuno che ci ha creduto fin da subito. Quindi forza e onore, per un Abruzzo dimenticato ed impoverito dall’ignoranza degli ultimi anni, in cui il territorio circostante non ha avuto il giusto sviluppo e riconoscimento che merita!

ARRAMPICARE A PENNADOMO, ABRUZZO

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Nuove cascate di ghiaccio nella falesia di Lys Balma (Gressoney)

Elio Bonfanti presenta tre nuove cascate di ghiaccio, Circo volante, La donna cannone e Il domatore, nella falesia di Lys Balma (Gressoney, Valle d’Aosta).

Fino ad ora, la falesia di Lys Balma a Gressoney, era conosciuta prima di tutto per il famoso Candelone di Senden e poi per tutta una serie di tiri di Dry tooling molto interessanti, per lo più attrezzati dalla Guida Alpina Adriano Trombetta (www.guidelatraccia.com).

Altre linee, interamente su ghiaccio, non ce n’erano o se c’erano erano eteree e di rarissima formazione come “Il circo volante”. Quest’anno invece, complice probabilmente il susseguirsi di condizioni stagionali "strane", la falesia ha iniziato a rigarsi di sottili rivoletti d’acqua che fino ad ora avevano percorso altre strade e che il freddo intenso della seconda metà di dicembre ha consolidato in alcune nuove linee estremamente belle.

Così, come sempre accade, il solito giro di telefonate, ha dato l’inizio alla "caccia grossa", ed il bravissimo Olliveri, dopo aver scaldato i motori sulla “Donna Cannone”, è venuto a capo, dopo un imponente lavoro di pulizia, de “il Domatore”. Una linea che attualmente si sviluppa su ghiaccio sottile stalattitico e sulla quale, fortuna vuole, si possono usare sia un paio di punti di protezione che la sosta della linea di Dry “Amico Gil”.

Buon divertimento a tutti senza naturalmente mai scordare l’attenzione che la scalata su ghiaccio sempre richiede.

SCHEDE DELLE CASCATE
1) Candelone di Senden
2) Circo Volante
3) La donna Cannone
4) Il domatore

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Aguja Poincenot, la via Whillans-Cochrane e la Patagonia

Tra storia e realtà. L’Aguja Poincenot (3002m), per la via Whillans-Cochrane (600m, 5+, 70°, M3/M4, pareti E e S): il racconto di Damiano Barabino, Sergio De Leo, Marcello Sanguineti, Christian Türk che l’hanno salita il 23 dicembre 2011

Sulla pagina web dedicata alla storia del Trinity College di Dublino si legge al capitolo “Patagonian Expedition”: "In the early 1960’s some members of the club attempted to organise an Irish universities expedition to Patagonia. As it turned out the expedition only consisted of TCD students together with some British climbers (including Don Whillans). The expedition was a success. On 31st January 1962 Frank Cochrane and Don Whillans reached the top of the previously unclimbed Aiguille Poincenot (3002m)" A partire dal 19 marzo 1962, sull’Irish Independent uscirono sei articoli dedicati alla spedizione. Come scrisse Cochrane, fra le motivazioni per la scelta dell’Aguja Poincenot come obiettivo vi fu il fatto che "…it was considered one of the two main mountaineering problems in the area, a “plum ripe for picking” (una prugna pronta per esser raccolta, ndt), which as yet had only been admired." Con queste premesse, come non farsi attirare dall’idea di sfruttare la “ventana” di un giorno e mezzo, prevista il 22-23 dicembre, per ripetere questa via? Detto fatto: eccoci a preparare gli zaini per la Whillans-Coichrane alla Poincenot!

Con tre sezioni a prevalenza rispettivamente di ghiaccio, misto e roccia, la Whillans-Cochrane a questa slanciata guglia satellite del Fitz Roy offre un’arrampicata varia ed interessante, mai estrema, ma mai banale. È la via più logica della Poincenot. Si “avvita” sulle sue pareti E e S, sfruttando dapprima la rampa di neve e ghiaccio che taglia la parete E. Poi, con un tratto di misto raggiunge la spalla che dà accesso alla parte superiore della parete S, lungo la quale si sviluppa la terza sezione dell’itinerario, sostanzialmente su roccia.

Aperta da Don Whillans e Frank Cochrane nel gennaio 1962, in spedizione insieme a Francis Beloe, Clive Burland, George Narramore e Tony Kavanagh, è impropriamente conosciuta anche come “Irlandese”: a differenza di tutti gli altri membri della spedizione, infatti, Whillans non era irlandese. Dopo aver fissato le corde sulla rampa di neve e ghiaccio (il 17 gennaio), Whillans e Kavanagh fecero due tentativi, ma la salita fu completata solo il 31 gennaio da Whillans stesso e Cochrane. In vetta i due piantarono un chiodo di produzione francese in ricordo di Jacques Poincenot, dal quale la montagna prende il nome. Poincenot era uno dei membri della spedizione francese che conquistò il Fitz Roy, annegato mentre tentava di attraversare l’omonimo rio durante il primo giorno di avvicinamento al campo base.

In tarda mattinata ci facciamo portare da un “remise” fino al Pilar. Decisamente un bella differenza rispetto a quando, nel 1962, la spedizione fu depositata sulle sponde del Lago Viedma da un velivolo della Forza Aerea Argentina, a 25 miglia di distanza dalla montagna. Anche il contrasto fra noi quattro che scendiamo dal “remise” e l’immagine di Clive Burland che attraversa il Rio Fitz Roy a cavallo insieme a un “gaucho” non è niente male… Oltre al materiale personale, ciascuna delle nostre due cordate ha nove rinvii, tre viti da ghiaccio, una serie di friends, qualche nuts, tre chiodi e due mezze corde. Inoltre, abbiamo portato un fittone in quattro… non si sa mai. L’attrezzatura degli apritori comprendeva più di 300 metri di corde di nylon, 300 metri di fisse, circa 100 metri di corda spessa di sisal, 200 fra chiodi da roccia e chiodi da ghiaccio, 50 moschettoni di acciaio o lega, due dozzine di cunei di legno (gli antenati dei friends…), quattro martelli e sei staffe. Il tutto per circa 90 chili di materiale comune da scalata: decisamente da non invidiare…

Dal Pilar saliamo al campo Rio Blanco e poi alla Laguna de los Tres. È abbastanza fresco e questo ci aiuta nell’avvicinamento, che liquidiamo in meno di 4 ore invece delle quasi 5 preventivate. Per salire la Californiana al Fitz Roy avevamo bivaccato al Paso Superior; questa volta, invece, decidiamo di bivaccare comodamente al limite delle rocce che portano al Glaciar de los Tres. Lo svantaggio è che siamo a soli 1100m di quota, quindi il programma per l’indomani è piuttosto intenso: oltre 1900 metri ci separano dalla vetta della Poincenot, che supera di poco i 3000m. Un veloce spuntino e poco prima delle 6 del pomeriggio ci infiliamo nei sacchi a pelo per qualche ora di riposo fino alla sveglia, puntata alle 23:30.

Un paio d’ore di ghiacciaio ci portano ai circa 2000m del Paso Superior. Da qui in un’ora e mezza raggiungiamo la terminale, che si lascia superare abbastanza agevolmente. Non si può fare a meno di pensare a quanto la nostra salita sia diversa da quella degli apritori, descritta da Frank Cochrane sulle pagine dell’Irish Independent, che installarono un campo base e ben 3 campi avanzati. "On January 4, having crossed the River Blanco, we set up Base Camp at a height that e judged to be 2.000 feet. Situated at the edge of a clearing in the woods, its situation never failed to be a source of great joy to us." … Il Campo II, invece, fu predisposto in una “cueva” (una caverna scavata nel ghiaccio) "at a height of 5300 feet at a point where the right hand end of the Great Barrier, as viewed from the valley, meets the ridge running up on the left hand side of the glacier." La Great Barrier, così chiamata dai francesi durante spedizione al Fitz Roy del 1952, è una barriera rocciosa verticale di 600 metri ai piedi del Fitz, alla cui estremità sinistra si innalza la Poincenot. Sempre Cochrane racconta che "the next few days of the expedition were a ceaseless going and coming from Base Camp to Camp I and then later to Camp II, some three hours further on up the glacier and up a steep rock wall up which Don and Tony had forged a route". Poi, "George Narramore and Clive Burland took over their places in Camp II and commenced the digging of Camp III, up to on Great Barrier". È proprio qui che ci troviamo: nel punto in cui inizia il traverso che conduce alla rampa. Ed è da qui che, come scrive Cochrane, "Don Whillans, as intended, assumed the direction of our assault".

La salita inizia con un delicato traverso orizzontale di circa 60 metri su ghiaccio; per assicurarci torna molto utile un fittone, provvidenzialmente infilato nello zaino all’ultimo momento. Al termine del traverso inizia una rampa ascendente in diagonale verso sinistra, sulla quale la spedizione del 1962 fece largo uso di corde fisse; le buone condizioni del ghiaccio ci consentono di percorrere in conserva assicurata i suoi 300 metri di sviluppo. Sotto di noi la parete precipita sulle seraccate del Glaciar de los Tres e del Glaciar Río Blanco, fino all’azzurro intenso (definito da Cochrane "arctic blueness") della Laguna de los Tres e al verde della Laguna Sucia. Più in basso ancora, i boschi del Campamento Río Blanco e del Campamento Poincenot contrastano con i colori brulli dell’altopiano di El Chaltén. Lo sguardo abbraccia il Lago Viedma e il Lago Argentino e si perde nell’infinità della Patagonia, lasciandosi andare in un naufragio dei sensi.

La sezione di misto che conduce alla spalla dove le pareti S ed E s’incontrano offre le maggiori difficoltà, variabili da M3 a M4 su misto, da 5 a 6a su roccia e WI4 su ghiaccio, a seconda delle condizioni e del percorso seguito. Ritornano alla mente le parole di Cochrane: "At 3:30 a.m., on January 20, Don and Tony set out to make the first real bid to reach the summit… Climbing the ramp was a very tiring process. Pitch after pitch e dragged ourselves up fixed ropes, mainly by strength of arm…" Poi, oltre il camino – descritto da Tony come "a horror" – che porta alla spalla fra le pareti E e S, i due dovettero ritirarsi per il maltempo. Frank Cochrane racconta di Whillans mentre gradina sul ghiaccio per raggiungere il camino, durante il loro tentativo finale del 31 gennaio: "It was astonishing to see with what calmness and unhurried skill, Don cut steps out and across this ice." Gradinare su ghiaccio… una vera maledizione! Viva le nostre due piccozze e beata l’era del dry e della piolet-traction!

Lasciamo a destra il camino originale e scegliamo la più interessante variante di sinistra. Un delicato traverso su roccia porta alla base di una breve goulotte non formata, che ci offre qualche divertente passaggio di dry. Un altro tiro atletico, ma ben proteggibile, ci porta alla spalla, dalla quale un traverso conduce alla base della parte superiore della parete S. Da qui ci separano dalla vetta 300 metri di divertenti fessure intervallate da tratti meno verticali. Qui la ricerca della via di salita non è banale – nel dubbio occorre tendere verso sinistra. È la parte finale della via, salita da Cochrane e Whillans quando la spedizione si era ormai quasi rassegnata al fallimento. Il 30 gennaio 19662 (due giorni prima della data fissata per avere tutto il materiale nuovamente radunato all’Estancia Madsen, più o meno dove ora si trova El Chatén) i due partirono dal Campo II per giocare l’ultima carta. Arrivati al Campo III, scalarono la rampa lungo le corde fisse lasciate sul posto e completano la via in "twenty hours of gruelling effort (venti ore di sforzo estenuante, ndt)", superando il camino ghiacciato del secondo tentativo e, arrivati alla spalla, scalando i tiri su roccia nella parte alta della parete S.

L’ultima lunghezza prima della breve cresta che porta in vetta ci fa letteralmente emergere dalla parete S per sbucare sulla parete N, con una vista mozzafiato sul Fitz Roy. È da qui che ci godiamo la Californiana, che abbiamo salito pochi giorni prima: la Brecha de los Italianos, il traverso su ghiaccio verso il Collado de los Americanos, l’Aguja della Silla e i diedri finali sono ben visibili e non possiamo fare a meno di ripercorrerli idealmente con lo sguardo. Così come ripercorriamo con lo sguardo i tiri finali della Supercanaleta, altro regalo di questo nostro dicembre patagonico. Una sessantina di metri ancora su lame rocciose e arriviamo sull’affilata vetta della Poincenot. È da questo punto che Whillans, con una delle sue tipiche uscite, gridò nel vento a Cochrane: "I think this is the top. I can’t see anything highe". Ed è proprio così anche per noi: siamo sulla nostra quarta “cumbre” di questa fortunata vacanza…

Ma non finisce certo qui: la discesa dalle montagne patagoniche non è mai banale. Anche se siamo un po’ storditi dal vento, ci sembra di ricordare che a El Chaltén l’amico Manuel ci avesse raccomandato di effettuare le calate "por los marcados diedros que se evitaron por la izquierda durante la escalada" fino alla spalla, dalla quale ci si può calare sulla via fino al traverso iniziale. I diedri saranno anche “marcati”, ma sta di fatto che noi ce li perdiamo e finiamo a fare le doppie su “Patagónicos Desesperados”, la via aperta nel 1989 da Daniel Anker e Michel Piola: esattamente la linea di doppie che scende direttamente all’inizio della rampa e che Manuel ci aveva consigliato di evitare…! Pazienza, almeno non rischieremo, come fatto da alcune cordate, di finire per sbaglio troppo in basso sulla parete S. Addirittura, una quindicina d’anni fa due spagnoli si resero conto troppo tardi di essersi abbassati eccessivamente a sud oltre la spalla e finirono le doppie sul Glaciar Torre in scarpette da arrampicata… decisamente una situazione imbarazzante!

Al termine delle calate (questa volta solo una quindicina) ripercorriamo a ritroso il delicato traverso e, superata la terminale, iniziamo la lunga discesa fino a El Chaltén. Il gruppo di Whillans e soci era stato sponsorizzato da varie ditte, fra le quali la casa produttrice della nota birra Guinness. Cochrane scrisse che durante la spedizione "…the Guinness was always in an easily accessible and readily recognizable place.". Anche le fresche bottiglie di “rubia” Quilmes che abbiamo comperato a El Chaltén sono in un posto ben riconoscibile: il frigo della nostra cabaña. Purtroppo, però, per noi saranno accessibili soltanto dopo varie ore di discesa. Ma anche questo fa parte del gioco…

Christian, Damiano, Marcello e Sergio

Si ringraziano Trango World, Grivel e Alpstation Montura di Aosta

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Alessandro Jolly Lamberti

Intervista ad Alessandro Jolly Lamberti, uno dei assoluti protagonisti dell’arrampicata sportiva in Italia.

Apri una rivista di oggi e trovi qualcosa su Alessandro Lamberti. Apri una rivista di 25 anni fa e trovi ugualmente qualcosa su Alessandro Lamberti. Sembra pazzesco, ma è vero: per più di un quarto secolo “Jolly” è stato uno dei assoluti protagonisti dell’arrampicata sportiva, lasciando il suo segno non soltanto sulle falesie vicino alla sua Roma, ma sparsi per tutto l’Europa. Il riassunto è presto fatto: dopo il primo 8a nel 1986 (Il ricordo del tempo a Sperlonga) si impone due anni più tardi con una ripetizione “pesante”, la storica La Rose et le Vampires 8b a Buoux. Nel 1994 alza il livello con la prima salita di Il Corvo 8c a Ferentillo, e consolida il grado gioca fuori casa nuovamente con altre due vie di assoluto riferimento, Le Minimum e Agicourt, entrambi a Buoux ed entrambi 8c. Da notare che Agincourt era stata liberata da Ben Moon nel 1989 ed è un vero monumento all’arrampicata sportiva, visto che è stata la prima via al mondo a sbarcare l’allora mitico grado di 8c. Nel 2001 Lamberti diventa il primo italiano a salire il 9a con Hugh ad Eaux Claires in Francia, mentre nel 2004 lo conferma con la ripetizione di Bain De Sang a Saint Loup in Svizzera. In mezzo a tutto questo ci stanno salite di importante vie in montagna, sia in estate sia in inverno, la scelta di diventare guida alpina e la decisione di gestire una sua palestra a Roma e di concentrarsi come pochi su tutti i vari aspetti dell’allenamento. La sua esperienza è stata trascritta in un libro di allenamento e – segno che è sempre al passo con il tempo – ultimamente anche come applicazione da scaricare sul cellulare. E’ di pochi giorni fa la notizia che Jolly è riuscito a ripeterel’8c+ a Grotti, Debolezza e disonore, e questo ci sembrava un buon momento per saperne di più sulla sua arrampicata in particolare e l’arrampicata sportiva in Italia in generale.

Iniziamo con la tua ultima ripetizione, Debolezza e disonore di Fabrizio Peri. Con questa via Grotti si ripropone come punto di riferimento per l’alta difficoltà in Centro d’Italia?
Non proprio. Tutte le vie dure di Grotti sono molto brutte, boulderose, poco tecniche, solo di pelle e tendini, artefatte, il peggio del trash della old school anni ottanta/novanta. A Grotti serve più la pelle e i tendini che la forza, la tecnica o la resistenza. All’inizio sembra tutto molto duro, poi ci si abitua. Grotti ha fama di essere un falesia con gradi duri, in realtà è la tipica falesia da locals, dove se sei abituato riesci a fare vie anche superiori al tuo livello reale. Debolezza e disonore invece è più internazionale come stile. Penso che, pur essendo più dura in assoluto, sia più congeniale per un forestiero rispetto alle vecchie vie dure di Grotti. Zandalee, The Star, Nada es, Il Cid, e altre mie vie che attendono da 10 anni una prima ripetizione…

L’hai ripetuto a 46 anni. Come se l’età non avesse peso.
Su alcune cose sono veramente scarso, tipo resistenza lunghissima su prese medio buone, lo stile moderno insomma. Ma su quello ero scarso anche quando ero più giovane, solo che si notava meno perché c’erano molte meno vie dure di continuità. Sullo stile molto esplosivo a buchi stile Agincourt o Mininum a Buoux ero forte 20 anni fa e lo sono ancora adesso. Devo dire poi che oggi sono più forte mentalmente perché ho meno ansia da prestazione, ho più tecnica, le cartilagini e le dita sono meglio adattate. Detto questo, riesco però a scalare pochi giorni di seguito, poi mi stanco, e se non mi stanco mi stufo. Oggi passo lunghi periodi senza scalare e senza allenarmi, e penso che questo mi faccia bene.

10 anni fa hai salito il tuo primo 9a, Hugh. Seguito poi da Bain de Sang nel 2004. Due momenti chiave…
Sono orgoglioso per la costanza del risultati, più che per i picchi. Ho fatto il mio primo 8b nel 1988 e da allora, ogni anno, per 23 anni, ho sempre salito vie vicine all’8c. Non c’è anno nel quale non abbia salito almeno un paio di 8b+. Ho visto passare la maggior parte degli scalatori degli anni ’80, ’90, 2000, durare al massimo 10 anni e poi stufarsi, o infiammarsi troppo le articolazioni. La costanza della prestazione, per un tempo molto lungo, è essa stessa una prestazione ed è segno di buon allenamento.

Ormai i gradi sono aumentati a dismisura. Cosa reputi una buona prestazione oggi?
Sono aumentati a dismisura solo i gradi fatti dalla elite di mutanti, scaturita necessariamente e darwininanamente dal fatto che oggi nel mondo scalano un milione di persone, mentre prima erano poche centinaia. Ma questo non vuol dire che le difficoltà superate dalla maggior parte della popolazione scalatoria siano aumentate. O che sia più facile, oggi, arrivare a fare un 8b. Se in un paese i ricchi diventano sempre più ricchi, e il ceto medio è sempre più povero, certo non si può dire che le condizioni economiche siano migliorate, non si può fare la media. Anzi, secondo me oggi per un giovane è persino più difficile di prima arrivare all’8b. Oltre che difficile, è anche poco gratificante, perché ormai, grazie ai media, ci si è abituati erroneamente al fatto che l’8b è una cazzata. E’ molto frustrante per il “ceto medio” scoprire invece che anche il 7c+ è una buona prestazione. “Hai fatto un 8b?.. ah” risponde annoiato l’interlocutore, abituato e assuefatto ormai alle prestazioni stratosferiche di una piccola elite di mutanti. Un giovane di talento, giustamente competitivo, presto si demotiva.

Talento, allenamento, testa, geni… quanto contano questi fattori nell’arrampicata di alto livello?
Il motivo per cui la scalata di punta, il vertice della piramide, si è staccato in maniera enorme rispetto anche solo a 10 anni fa, sono i geni: si pesca dentro un campione di un milione di praticanti. Ho molte probabilità di trovare dei mutanti. Il motivo per cui la media, invece, è visibilmente peggiorata è che si allena male, perché non segue il principio base dell’allenamento, il principio di specificità: “allenati per la maggior parte del tempo in maniera il più possibile simile a quello che dovrai fare in prestazione.”

Spiegati meglio.
La massa si allena per il 90 per cento fuori dal campo, in situazione diversa da quella reale. Per questo motivo è venuta fuori una intera generazione di resinari forzuti ma fifoni, pieni di ansia da prestazione ( il fatto di tenersi tanto in palestra li stressa di più outdoor) e con poca tecnica. Quasi tutti quelli che fanno i gradi incredibili, oggi, si allenano soprattutto scalando fuori. Sono loro, oggi, che seguono il principio di specificità, come facevamo gli scalatori fricchettoni negli anni ottanta (che erano infatti tutti bravi a scalare). Attenzione: le sale indoor non sono una cosa negativa. Anzi, danno la possibilità a tutti di fare una attività completa, divertente, sana e vicino casa. Solo che non è quella la vera scalata.

L’8c in Italia al giorno di oggi
In proporzione a quanti scalano, ma anche in assoluto, sono pochissimi in Italia a fare l’8c anche lavorato. Penso che Gabriele Moroni abbia tutte le qualità per arrivare al 9a+ e all’8c a vista, e anche altri giovani. Ma sono pochi. Per invertire la tendenza bisognerebbe da subito portare i ragazzini in falesia, e toglierli un poco dalle sale indoor, almeno quelli più motivati verso la falesia.

Questo va un po’ contro i tuoi interessi. Da anni gestisci una palestra, hai anche sviluppato un metodo di allenamento molto specifico.
Ho sviluppato un sistema per allenare la forza e la resistenza che funziona, che fa aumentare la forza e la resistenza. Ma questo non si tramuta necessariamente in miglioramento sul campo. Aumentano sono solo i valori a secco. Quindi in parte è stato un fallimento, perché l’aumento dei valori a secco si tramutava in risultato solo per quei pochi che già scalavano bene e con una notevole maestria sulla roccia vera. Quindi la mia frustrazione da allenatore mi impose di cercare di sperimentare altre strade. Ho visto che il problema era il rendimento. Rendimento inteso in senso letterale, cioè come rapporto tra potenzialità e risultato effettivamente conseguito. Molto semplicemente, ha un basso rendimento chi fa un 7c, ma ha dei livelli di forza e resistenza per fare un 8c, mentre ha un alto rendimento chi fa un 6c ma sfrutta al 100 % le proprie potenzialità. Aumentando il rendimento, si aprono nuove possibilità di miglioramento, sia per i giovani che per i vecchi. Riuscire ad andare veramente al 100%, è il vero obiettivo da perseguire.

Chiaro. Ma come?
Ci vuole un cambiamento di prospettiva. Prima partivo dai livelli di forza e resistenza per cercare poi di far aumentare il risultato. Oggi analizzo il risultato, cerco di capire se è consono con i livelli di forza e resistenza, quindi cerco di individuare ed eliminare il più possibile i freni. Se il rendimento è basso bisogna eliminare i freni. Anche se il grado è alto. Ripeto, rendimento non vuol dire risultato. E’ inutile aumentare a dismisura la potenza di una macchina se questa è frenata. Si arriva ad un plafond oltre il quale non si può più pompare energia. Se non si aumenta il rendimento si arriva presto ad una soglia (grado conseguito) che non si riesce più a superare anche se ci si allena tanto e per tanto tempo. E questo è quello che accade alla maggior parte degli scalatori medi: arrivano ad un certo livello, e lì stazionano per sempre, indipendentemente dall’allenamento. Ho smesso di sperimentare allenamenti di forza, e mi sto dedicando allo studio di metodologie per migliorare la fluidità, velocità, sfruttamento dei riposi, memorizzazione veloce delle sequenze, respirazione, paura di cadere e in generale le componenti mentali emozionali. Quella capacità di andare “alla muerte” fino all’ultima presa senza mollare.

Parlando di non mollare. Cosa ci vuole per chiudere tuo progetto di 9a+ a Grotti?
Non si può parlare di grado finché una via non è stata salita e non so se il grado sia quello. Per salirla, per me ci vuole soprattutto motivazione, visto che mi sono un po’ stufato. L’ho provata ad anni alterni, dal 2001 in poi, e sono andato vicinissimo a farla. L’ho chiusa già varie volte partendo da appeso al primo spit, ma se parto da sotto non riesco a concatenare il lancio iniziale con il resto. E’ un boulder su tetto con appigli per un dito o due dita, naturali (quindi dolorosissimi) quando dopo lungo tempo ci rimetto le mani, ogni singolo mi sembra impossibile. Non riesco a staccare nessuno dei 4 arti senza cadere e mi ci vogliono almeno 4 o 5 sedute per adattarmi e rifare i singoli. Quando nuovamente sono vicino a farla, ormai arriva il caldo che da noi rende impossibile la salita delle vie dure (da maggio a ottobre non si può provare). Ora come ora mi viene il vomito a pensare di riprovarla, ma vorrei chiuderla prima della pensione, per poi dedicarmi a vie dure in placca, non credo di avere molti anni ancora per poter scalare super strapiombi come questo. Comunque è un progetto aperto, sono sicuro che, per esempio, Moroni la potrebbe salire in pochi tentativi.

Ultima domanda: chi o che cosa ti ha impressionato di più in tutti questi anni?
La via del Pesce in Marmolada senza corda di Hansjörg Auer. Anche se sono contrario alla pubblicizzazione delle solitarie integrali, che dovrebbero essere una cosa intima.

Alcune salite di Alessandro Jolly Lamberti

1974 Inizia a scalare in montagna con il padre
1983 Diventa Istruttore presso la scuola di alpinismo del CAI di Roma
1985 Tempi Moderni, Marmolada. Estasi & Olimpo, prima ripetizione in Marmolada, della Marmolada. Cavalcare la tigre, Gran Sasso, prima ripetizione.
1986 Il ricordo del tempo, Sperlonga. Primo 8a del centro sud, uno dei primi 8a d’Italia, ancora oggi probabilmente senza ripetizioni.
1987 Choucas, 8a+, Buoux, Francia. Campione italiano “velocità”, Torino palavela
1988 La Rose et le Vampires, 8b, Buoux. Secondo al campionato italiano su roccia, Bardonecchia.
1989 Diventa Maestro di Arrampicata. Fa parte della squadra nazionale e partecipa alle gare di coppa del mondo e al Rock Master. Gestisce, assieme ad Antonella Strano, la prima palestra di arrampicata indoor a Roma
1990 La rage de vivre storico 8b+ di 55 metri a Buoux
1992 Via Framm, prima ripetizione invernale, Marmolada, con Piero Dal Prà
1994 Prima salita de Il Corvo, primo 8c del centro Italia. Pilastro rosso del Brouillard, via Gabarrou-Long, Monte Bianco. Diventa Guida Alpina
1998 Nada es para siempre, 8c, Grotti, Prima salita, ancora  oggi senza ripetizioni. Fonda la scuola di arrampicata “Rock and Walls”, assieme a Marco Forcatura e Alfredo Smargiassi
1999 Agincourt e Le Minimum 8c a Buoux.. Prima salita di Input 8c a Grotti.
2001 Hugh 9a, Francia, prima ripetizione. Probabilmente il primo 9a fatto da un Italiano
2002 Zandalee, 8c, Grotti, prima salita. Prima ripetizione di Die Hard e Kether, entrambe 8c a Ferentillo. Ripete La Cronique 8c a Ceuse.
2004 Bain de sang, 9a, Svizzera
2005 Er Cid, 8c, Grotti, prima salita.
2006 Yosemite,USA, via The Nose, con Franco Loaldi
2007 Pubblica il libro ‘Metodi di allenamento fisico e mentale per l’arrampicata sportiva’
2008 4 ripetizioni di vie di 8b/c nelle falesie americane

2009 Prima salita della via La Morte a Pietrasecca. 8c
2010 Sale 10 vie tra l’ 8b e l’8b+
2011 Prima ripetizione di Debolezza e disonore 8c+ a Grotti.

Testa o Croce al Monte Cimo: libera per Nicola Tondini

Il 16 Aprile 2011, Nicola Tondini è riuscito nella seconda libera (rotpunkt) di tutti i tiri nello stesso giorno, di “Testa o Croce” (185m, 8b max, 7c obbl.). La via aperta nel 2009 sul Monte Cimo (Val d’Adige), era stata liberata dal compagno di apertura Nicola Sartori nell’Aprile 2010.

Quando una via ti prende non ti lascia più. Così è stato per Nicola Tondini con “Testa o Croce”, la via che nel 2009 aveva aperto con Nicola Sartori sulla parete dello Scoglio dei Ciclopi sul Monte Cimo (Val d’Adige). La stessa che sempre Nicola Sartori aveva poi liberato in giornata, nell’aprile del 2010. “E’ una via bellissima” spiega Tondini. E anche impegnativa, aggiungiamo noi. 185m per 5 tiri, con difficoltà massima di 8b e obbligatorio di 7c che assicura Tondini sono: “Assolutamente da provare. La roccia è magnifica: si passa dall’arrampicata in forte strapiombo e su canne, a movimenti di equilibrio su placche lisce, da muri a gocce di continuità a pance molto boulderose.” Insomma, per chi ha il giusto livello, il divertimento e l’ingaggio sono assicurati.

Con queste premesse è naturale che Nicola Tondini avesse un conto in sospeso con la sua Testa o croce. Così, dopo averla provata per 3 giorni, il 16 Aprile, complice anche un’ottima temperatura, anche per lui è arrivata la rotpunkt. E, insieme anche quella particolare felicità che tutti i climber inseguono. “Le sensazioni che ti regala una salita in libera in giornata di una via a più tiri, sono per me uniche” ci ha raccontato Tondini. “Perché, a differenza di quando si libera un tiro duro in falesia, in cui sai di poter dare tutto su quella singola lunghezza, e poi per il resto della giornata si vedrà; su una multipicht la concentrazione deve essere massima è costante per tutto il tempo della salita e in tutti i tiri. Un errore da qualche parte vanifica il progetto. E’ come se si dovesse fare un unico lunghissimo tiro, senza soste. A me pare quasi di essere in trance: per quelle ore mi scollego dal mondo, entro in un piccolo deserto interiore. Poi, quando tutto è finito, si torna alla ‘vita’ con la gioia di un bambino, che ha vinto un grande premio e con la voglia di rimettersi in relazione con tutti”.

Special thanks di Nicola Tondini: un grazie a Chicco ed Enrico, che mi hanno accompagnato in questi ultimi tentativi e che mi hanno motivato al meglio. Un grazie particolare anche al nuovo staff presente al King Rock (la grande palestra di arrampicata di Verona): Massimo Ottolini, kinesiologo, che mi ha messo a posto in autunno una malandata spalla; Paolo Gaspari, preparatore atletico, dei cui consigli ho fatto tesoro per la programmazione dell’allenamento; Alberto Gattiboni, responsabile della palestra King Rock Gym, che con il programma di riscaldamento studiato per noi arrampicatori, ha permesso che l’intenso allenamento non si trasformasse in fastidiose infiammazioni. Sponsor: Marmot, Wild Climb, Turnover Sport, Ferrino


>> Scheda TESTA O CROCE

Stefano Ghisolfi e i boulder Icaro e Scheletri nell’Armadio

Video di Stefano Ghisolfi sui boulder Icaro 8A e Scheletri nell’Armadio 8B.

Dopo l’8B+ di Gandalf il grigo a Varazze, ecco due bei video di Stefano Ghisolfi: nel primo il 18enne di Torino sale lo storico “Icaro” a Villarbasse, il primo boulder gradato 8A in Italia a cura di Marzio Nardi, mentre nel secondo video effettua la prima ripetizione di Scheletri nell’Armadio, l’8B di Gabriele Moroni a Rosta.

Tragedia del Monte Pelmo: fondo di solidarietà per Alberto Bonafede ed Aldo Giustina

Un fondo di solidarietà è stato aperto dal Soccorso Alpino bellunese per le famiglie di Alberto Bonafede ed Aldo Giustina, i due soccoritori deceduti settimana scorsa durante un’operazione di soccorso sul Monte Pelmo, Dolomiti.

Dopo la terribile tragedia del Pelmo, dove durante un’operazione di soccorso a due alpinisti tedeschi hanno perso la vita Alberto Bonafede ed Aldo Giustina, ora si pensa a chi è rimasto, ai famigliari delle vittime che devono convivere con questa terribile vicenda.

“Bisogna ora pensare ai piccoli figli di Alberto ed Aldo, che si trovano senza padre” dice giustamente Andrea Fiori, sindaco di San Vito, “I bambini devono crescere e credo che donare qualcosa per loro sia la cosa migliore.”

Il Soccorso Alpino bellunese ha pensato perciò ad un aiuto concreto alle famiglie ed ha aperto un conto corrente del “Fondo di solidarietà” su cui si potranno effettuare eventuali donazioni destinate alle famiglie delle vittime.

Chi lo desidera potrà dunque effettuare una donazione in segno di solidarietà.
La donazione va fatta a favore di: SASV CNSAS FONDO DI SOLIDARIETA’
IBAN: IT10C0851161240000000022098

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Jacopo Larcher e l’8b+ flash a Siurana

A Siurana in Spagna Jacopo Larcher ha salito Kale Borroka 8b+ flash. Il suo racconto.

Bella performance per il giovane Jacopo Larcher che in questi giorni è riuscito a salire in stile flash Kale Borroka, una via di 8b+ a Siurana in Spagna. "Sinceramente era la prima volta che provavo una via del genere in questo stile" ci ha raccontato il 23enne di Bolzano che attualmente studia meteotologia a Innsbruck "ma dopo aver passato la corda in catena mi sono reso conto di avere ancora del margine… speriamo di confermarlo in futuro :)"

Prima di leggere il suo racconto, sottolineiamo che stiamo parlando di una prestazione davvero di alto livello. Ricordiamo che a livello italiano l’8c a-vista ancora non è stato fatto. Tra le migliori performance splendono la salita flash di Luca Zardini su Shalom 8b+ e l’a-vista per Cristian Brenna di due 8b+, Mortal Kombat a Castillon e Gheghori al Covolo. Ma queste salite risalgono a dieci anni fa.

Kale Borroka… di Jacopo Larcher
Ho passato molto tempo a Siurana, ma ogni volta che risalivo in macchina la stradina che porta al piccolo villaggio, la mia vista veniva richiamata verso il basso dalla maestosa prua arancione che si staglia sulla valle e che caratterizza il settore "El Pati". Quella porzione di roccia, e le vie che la salgono, hanno sempre significato qualcosa di speciale per me, anche se non ci avevo mai scalato.

Mi ricordo del primo viaggio in Spagna in compagnia del mio amico Carlo, e di come guardavo con timore quelle linee, sognando di poterle forse salire un giorno. Una in particolare aveva solleticato la mia immaginazione più di altre, facendomi sperare in un futuro di poterla salire al primo tentativo.

Quest’anno, per la prima volta dopo tanti anni, mi sono ritrovato legato ai piedi di quell’imponente prua; è strano, ma guardando verso l’alto prima di partire per questo piccolo sogno, una sensazione di estrema sicurezza mi ha pervaso, e mi guidato attraverso questi 45 metri di roccia perfetta e di felicità…

I ricordi più belli:
Dures Limites 8c, Ceuse
Bah Bah Black Sheep 8c/+, Ceuse
L’ami de tout le monde 8b, Ceuse
Dolce vita 8a+, Ceuse
Monnaie de singe 8a, Ceuse
Kale Borroka 8b+, Siurana
Chacun sa mafia 8b, Saustall
Supermaratona 8b, Massone
Lucky Luca Extension, 8b+/c Kalymnos
Radote joli pépère 8b, Ceuse… insomma la lista potrebbe continuare all’infinito…

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Chris Sharma, il video di Biographie a Ceuse

Il video di Chris Sharma sulla prima libera di Biographie (anche conosciuta come Realization ), effettuata a Ceuse (Francia) nel 2001.

Sono stati scritti fiumi di parole su Biographie, la via a Ceuse chiodata da Jean-Cristophe Lafaille, salita fino a metà da Arnaud Petit nel 1996 e poi liberata fino in cima dallo statunitense Chris Sharma nel 2001. Una prima sezione di 8c+, seguita da altri 20m intensi di 8b+ ma con un passaggio che, se fosse un boulder a terra, sarebbe gradato 7C…

Per concatenare il tutto – di questa via conosciuta anche con il nome di Realization – Sharma ha impiegato tre anni di tentativi, ma soprattutto ha dovuto cercare nel suo profondo per aprirsi la strada verso un nuovo livello di difficoltà. Una strada che l’ha portato da questo 9a+ al 9b di Jumbo Love a Clark Mountain negli USA nel 2008 e, l’anno scorso a Margalef, a First Round First Minute, una via senza grado ma indubbiamente di difficoltà estreme. Basti dire che, proprio su First Round First Minute, Sharma ci ha raccontato di aver rivissuto, dopo un decennio, un’esperienza simile a quella di Biographie…

Adesso, giusto per chiudere il cerchio di Biographie, è uscito anche in internet il video che documenta le difficoltà di quella storica prima libera. Non ci rimane che auguravi buona visione e, ovviamente, rimandarvi anche alla nostra intervista effettuata subito dopo la sua salita.

SCHEDA: vai alla falesia Ceuse

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Nacho Sánchez libera Insomnio 8C a Crevillente

Lo spagnolo Nacho Sánchez ha liberato Insomnio alla Cova de la Gota a Crevillente.

Cosa ci vuole per salire un 8C boulder? Talento. Allenamento. Dedizione. Un sogno da inseguire senza compromessi. E forse quindi qualche notte insonne. Ne sa qualcosa lo spagnolo Nacho Sánchez, ma l’altro giorno è riuscito a salire Insomnio alla Cova de la Gota a Crevillente, un’intensa onda di conglomerato liberata dopo un anno e mezzo di tentativi. Insomnio è il secondo 8C proposto dal 27enne dopo Entropía che, per la cronaca, è stata liberata nel marzo 2011 a Castillo de Bayuela ed è il primo 8C boulder della Spagna.

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