Petra Klingler, la campionessa del mondo boulder assaggia l’arrampicata in Sud Corea

Il resoconto di Petra Klinger, la Campionessa del Mondo Boulder, che recentemente in Sud Corea ha partecipato al primo Mudeungsan Bouldering Festival.

Pochi giorni fa la 24enne climber svizzera Petra Klingler, nonché Campionessa del Mondo d’arrampicata boulder a Parigi lo scorso 18 settembre, si è recata a Gwangju in Sud Corea dove era stata invitata per partecipare al primo Mu Deung San Bouldering Festival. Il meeting ha attirato oltre 400 boulderisti da tutto il paese incluso il campione Jong-won Cho che ha liberato un 8B un 8B+ boulder. Prima dell’evento la svizzera ha assaggiato anche l’arrampicata sulle tecniche placche di granito In Su Bong, con sullo sfondo le migliaia di appartamenti di Seoul, e gli strapiombi nella zona di Sun Woon San.

PRIMA VISITA IN COREA DEL SUD di Petra Klingler

Ripensare alla mia permanenza in Corea del Sud mi riempie di gioia. Questo viaggio è stata un’avventura incredibile di cui ho goduto ogni momento. Ho imparato un sacco di cose nuove riguardanti la cultura, la gente e questo paese. Prima di mettermi in viaggio verso l’altra parte del mondo non sapevo assolutamente cosa aspettarmi, ma non appena sono atterrata sapevo che sarebbe stato un viaggio incredibile e che avrei rimpianto di non essere rimasta più a lungo.

È stato incredibile guidare per solo un’ora dal centro di Seul e poi, dal nulla, vedere apparire la sorprendente montagna di In Su Bong. Mai mi sarei aspettata una cosa simile. Salire questa parete è stato davvero divertente e motivante. È da un bel po’ che non salgo vie di più tiri e di conseguenza non ero perfettamente preparata per questo tipo di arrampicata, ma salire la via “Villa” mi ha ricordato quanto mi piace questo tipo d’arrampicata. Avevo completamente dimenticato quanto possa essere bello trovarsi nel bel mezzo di una parete, guardare in basso per alcune centinaia di metri e godere la splendida vista sul paesaggio attorno.

Non sono stata colpita soltanto dalla roccia di Seoul, ma ovunque andavo la roccia era molto meglio di quanto mi aspettassi. La zona di arrampicata sportiva che abbiamo visitato era proprio come piace a me: c’era un po di tutto… vie lunghe e corte, vie boulderose e quelle che richiedono una grande resistenza. Sembravano incredibili, con tutti quei buchi, e mi sono ripromessa di tornare un giorno per salirle.

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La cosa più bella di questa avventura in Corea però era che tutti mi hanno accolto a braccia aperte. Anche se comunicare non è stato sempre facile, mi sentivo bene e davvero benvenuta! Ho incontrato molte persone straordinarie, che amano l’arrampicata e sono ambiziose quanto me. E vedere tutti questi climber arrivare al festival di boulder è stata un’enorme ispirazione – è esattamente ciò che l’arrampicata dovrebbe essere. Incontrarsi, divertirsi, mangiare e parlare insieme mentre si tenta di scalare un difficile boulder tutti insieme. Inoltre, è stato stimolante vedere questi giovani ragazzi lottare sui massi, senza preoccuparsi delle cadute da altezze dove io stessa avrei avuto paura! Vederli dare il 150%, quel loro volere a tutti costi salire il boulder era incredibile.

Anche se la cultura coreana è molto diversa dalla nostra in Svizzera, ho trovato interessante osservarla ed imparare da essa; perché a mio avviso possiamo imparare molto da questa cultura. Ad esempio, il modo in cui tutti si riuniscono per mangiare: è del tutto normale condividere il cibo insieme. Così è molto più sociale e la condivisione delle cose è del tutto normale in questa cultura. Come lo è anche il sincero rispetto per gli altri e per la natura!

Alla fine di questo viaggio non volevo tornare a casa e non mi esce dalla testa la voglia di ritornare. Sto già programmando un altro viaggio al più presto possibile e spero di incontrare di nuovo le persone che ho incontrato. Grazie mille a tutti per aver reso il mio tempo in Corea così speciale!

Nives Meroi e Romano Benet in vetta all’Annapurna, il loro 14° Ottomila

Nives Meroi e Romano Benet hanno salito l’Annapurna. Con questa cima hanno concluso il loro splendido viaggio in vetta a tutti i 14 ottomila.

Alle 10:30 (ora locale) Nives Meroi e Romano Benet hanno raggiunto la cima dell’Annapurna riuscendo così a completare il “grande tour” delle 14 cime di tutte le montagne di Ottomila della terra. Insieme alla coppia di Tarvisio c’erano gli spagnoli Alberto Zerain (al 10° Ottomila) e il suo compagno di cordata Jonatan García. Secondo quanto riportato su www.2x14x8000.com i quattro hanno lasciato il campo 4 a 7100m alle 24:30 e dopo dieci ore hanno raggiunto la vetta dell’Annapurna a 8091m. Ora sono già rientrati al campo 4.

Questo è un grandissimo momento, probabilmente irripetibile. Nives e Romano sono un unicum nell’alpinismo. Hanno iniziato insieme nel 1994 su una delle montagne più temute e simboliche, il K2, che però quell’anno non li ha lasciati salire, anche perché loro l’avevano tentato da Nord, per una nuova via. E questo particolare la dice lunga sulla loro ricerca e il loro approccio alla montagna. Il primo ottomila arriva nel 1998 con il Nanga Parbat e il lungo percorso di tutte le montagne più alte del mondo è finito adesso, dopo più di vent’anni, appunto con l’Annapurna. Un percorso, sempre insieme, senza portatori d’alta quota, senza ossigeno, sempre in piccolissimi gruppi che ben dice dello stile di un alpinismo, il loro, che mantiene le radici di una ricerca, prima di tutto umana, che guarda oltre i confini. Quello di Romano Benet e Nives Meroi (l’orso e Mary Poppins) è stato un grandissimo ed esemplare viaggio. Un viaggio, siamo sicuri, che continuerà.

Nives Meroi e Romano Benet
Sono la coppia che più di ogni altra ha lasciato il segno nell’alpinismo himalayano e che ha fatto, dell’esplorazione e del viaggio sulle pareti delle più alte montagne, un motivo di vita e di crescita comune. Nives è bergamasca, di Bonate Sotto. Romano è di Tarvisio. Lei è del 1961, lui del 1962. Hanno la stessa passione per la montagna e per l’alpinismo, e il loro incontro segna l’inizio di una storia che va ben aldilà del legame di una normale cordata. Sposati dal 1989, hanno scelto di vivere a Fusine, un piccolo villaggio nel cuore delle loro selvagge e amatissime Alpi Giulie. Un luogo e delle montagne “fuori dal tempo” per una scelta di vita “d’altri tempi” che sembra la metafora perfetta del loro alpinismo semplice e di grande sostanza, sempre lontano dalle folle come dalle mode. Non a caso per il loro inizio himalayano scelsero di esplorare la difficilissima e semi sconosciuta parete Nord del K2. Era il 1994, e Nives e Romano arrivarono altissimi, a 8450m, a poco meno di 200 metri dalla cima. Un’impresa senza vetta che è anche la chiave per comprendere la loro straordinaria esperienza sulle montagne più alte. Il loro è un viaggio sempre all’insegna dello spirito più puro dell’alpinismo d’avventura e del “by fair means”: senza uso di ossigeno supplementare, portatori d’alta quota e preparazione dei campi. Affrontando la montagna da soli, o in compagnia di un ristrettissimo numero di amici, tra i quali un posto speciale spetta a Luca Vuerich. Nel 1998, arrivò così il Nanga Parbat (8125 m), il loro primo Ottomila. Nel 1999 è la volta della cima dello Shisha Pangma (8046 m) e, solo 10 giorni dopo, quella del Cho Oyu (8202 m). Un’accoppiata velocissima che dà la cifra del loro valore e che fa di Nives Meroi, non solo l’italiana con più Ottomila, ma anche tra le più forti alpiniste in assoluto. Questo però è solo l’inizio. Nel 2003 arriva un trittico d’eccezione con la salita in successione di Gasherbrum I (8068 m), Gasherbrum II (8035 m) e Broad Peak (8047 m). Il tutto in 20 giorni, un tempo da record. Prima di loro solo il mitico Erhard Loretan aveva fatto meglio compiendo lo stesso tour in 17 giorni, e mai nessuna donna aveva fatto tanto. Ma il viaggio continua: con il Lhotse (8516 m) nel 2004. Seguito, nel 2006, dapprima dal Dhaulagiri (8167m) e poi da una salita da incorniciare: quella del K2. Sulla seconda vetta del mondo, la più difficile, Nives e Romano sono soli. La grande montagna è deserta: in vetta vivono la commovente sintesi del loro viaggio… che continua. Così, nel 2007, arriva anche la montagna più alta, l’Everest (8850 m). E, nel 2008, il Manaslu (8163 m). Intanto, con 11 Ottomila saliti, Nives “la tigre” – come l’ha chiamata Erri De Luca nel libro che le ha dedicato – è in prima fila per essere la prima donna a salire tutti i 14 Ottomila. Una “corsa” che lei però ha sempre rifiutato e continua a rifiutare, con le parole e con i fatti. Quello della “competizione” non è né il suo alpinismo né quello di Romano. Loro sono una coppia, una cordata vera. Romano è la bussola e la forza. Nives l’altro sguardo e l’altra via. Insieme trovano quell’equilibrio che motiva e completa il viaggio. Così, nel 2009, sul Kangchenjunga, quando il suo compagno appare stranamente affaticato e non è in grado di continuare la salita, Nives non ha esitazioni. Lui vorrebbe che lei proseguisse: la vetta è vicina, alla sua portata. D’altra parte sugli Ottomila situazioni del genere sono all’ordine del giorno. Ma Nives non ci sta, e insiste per ritornare con il compagno al Campo base. Una scelta che poi si rivelerà “salva vita”. Per Romano, ma anche per Nives, è l’inizio di una nuova e difficile salita, questa volta sulla montagna della vita. Una prova che hanno affrontato e superato insieme come hanno sempre fatto con il loro alpinismo. Ne vengono fuori, uniti come sono sempre stati, in montagna come nella vita, E questa forse è la loro più bella cima. Poi, il cammino himalayano riprende, sempre insieme, sempre senza ossigeno supplementare, sempre senza portatori d’alta quota. Così questa sorta di “rinascita” li porta nel 2014 in vetta agli 8.586metri dell’altissimo Kangchenjunga. Nel 2016 arriva il Makalu. Infine, nel 2017, l’11 maggio, ecco la vetta dell’Annapurna, l’Ottomila che ancora mancava, il numero 14. Mai come in questo caso però, siamo sicuri che più che la meta è contato il cammino, tutto il viaggio.

Video e audio di Alberto Zerain dalla cima dell’Annapurna

Tutti gli Ottomila (senza ossigeno) saliti da Nives Meroi e Romano Benet:
Annapurna (2017)
Makalu (2016)
Kangchenjunga (2014)
Manaslu (2008)
Everest (2007)
Dhaulagiri (2006)
K2 (2006)
Lhotse (2004)
Gasherbrum 1 (2003)
Gasherbrum 2 (2003)
Broad Peak (2003)
Cho Oyu (1999)
Shisha Pangma (1999)
Nanga Parbat (1998)

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Using courage, and one’s privilege, to counter racial profiling in Moscow

Racial and ethnic profiling by the Moscow police is a problem so old that it’s simply not news. But rarely do you catch police acknowledging it on camera.

Alexander Kim did just that. Kim told me that he was walking through an underground passage in southern Moscow on 20 July when he saw several police officers holding a batch of passports, with a number of men who looked Central Asian standing nearby. Kim started recording with his phone and asked the police why they confiscated the passports. The police responded, “and who are you?”

I watched Kim’s video, which shows police asking to see Kim’s identity papers. When asked why, an officer referred to an alleged, ongoing “Special Operation–‘Illegal,”, and said that based on Kim’s looks, he thought Kim “might not be a Russian citizen.” When Kim asked why they didn’t check other passers-by, the officer replied, “because you look Asian.”

The officer denied this was discrimination, yet continued to insist that Kim show his papers because of his Asian looks.

A Russian citizen, Kim could challenge the police without risking deportation. He insisted that the police identify themselves, in line with the law. But eventually the police put all the men in a police vehicle, including Kim. When they noticed that Kim continued filming, they ordered him to leave. When he hesitated, noting that police had wanted to check his ID, they detained him for disobeying police orders.

Police held Kim with two of the other men for two nights in a sealed windowless cell with the lights on around the clock, giving them only one set of sheets to share. Kim was only given one glass of tea once a day to drink along with some food that he described as inedible. After being held in such inhuman and degrading conditions, he was taken before a judge, who fined him 1,000 roubles (about US$15) for disobeying the police without granting any motions or considering arguments in his defense.

20 July 2019: Alexander Kim's encounter with Moscow police.

This wasn’t Kim’s first encounter with racial profiling. He said that in 2017, Moscow police stopped him for an ID check, openly citing his Asian appearance as grounds. To Kim, it felt like obvious discrimination, so he refused to show his ID. Police detained him for disobedience, breaking his finger in the process. He was fined that time too, and the court also refused to take into account any of his arguments. His case about that incident is pending before the European Court of Human Rights.

In April, once again, he spent about five hours at a police station after refusing to show his ID to police who stopped him due to his looks. He was released without charge.

None of his complaints about police conduct in those episodes yielded any results.

Kim experienced two more episodes of racial profiling this year, but the police didn’t detain him on those occasions after he quoted the law and demanded to be informed of the legal grounds for checking his documents.

Valentina Chupik, an expert on migrants’ rights and Kim’s public defender, told me that special police operations target non-Slav migrants regularly. But there’s no transparency about what instructions police receive, so it’s hard to know whether they would fall afoul of anti-discrimination standards in international and domestic law.

Sadly, Chupik said, those caught up in racial profiling – non-Slavs, including Russian nationals – are commonly subjected to ill-treatment and are often extorted for bribes for their release. She described an episode last New Year’s Eve when several hundred non-Slavic-looking men, most from Central Asia, were detained by police in central Moscow. About 100 of them were left locked inside unheated buses in front of a police station all night. She and several other lawyers spent most of the night trying to provide legal assistance to those rounded up.

Yet, unlike Kim, none formally complained because doing so could put them at risk of deportation and being banned from re-entering the country for several years. Many are likely migrant workers whose families depend on remittances from Russia.

Non-Slav migrants are some of the most vulnerable and voiceless people in Russia today, and their ordeals commonly fall under the radar.

But something else that happened on the day of Kim’s detention offers some hope that public scrutiny of such episodes may make a difference.

It was a similar racial profiling incident, but with a very different outcome. Police in central Moscow approached several Central Asian men, demanded their passports and then wanted to take them to a police station. Several passers-by filmed the episode, including human rights activist Irina Yatsenko, who streamed it and used her privilege to defend the men’s rights. When Yatsenko insisted that police explain the legal grounds for their actions, police referred to the same “Special Operation—‘Illegal.’”

After a gathering crowd intervened, the officer returned the men’s passports and reluctantly agreed to check the men against a database on the spot rather than at the police station. And finally, albeit without explanation or apology, the police left the men alone.

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How to film stories of male rape in Uganda

Researchers are increasingly using audio-visual equipment in order to document and disseminate their research findings. Film can undoubtedly be a powerful tool for communication. However, there are also a number of ethical and practical issues which need to be addressed when it comes to how audio-visual content is collected and disseminated. There is one principle above all others which must take centre stage: local communities and survivors must have a voice in how their stories are told.

This article reflects upon how the Refugee Law Project (RLP) deploys video advocacy within local communities. Much of this work has focused on male survivors of conflict related sexual violence (CRSV). These survivors have different backgrounds. Some come from northern Uganda, where communities of people affected by the conflict between Joseph Kony's Lord's Resistance Army (LRA) and the government of Uganda (1986-2006) are living in internally displaced persons camps. Others are refugees who have entered Uganda in order to escape wars in neighbouring countries, such South Sudan, Democratic Republic of Congo (DRC), Rwanda, Burundi, Somalia and Eritrea. Both internally displaced persons and refugees are forced migrants, and have endured many hardships.

It is not easy for anyone to talk about sexual violence. Filming men talking about sexual violence can be especially challenging. RLP has produced three videos on this topic 'They Slept with Me', which is the story of one survivor, ''Men Can Be Raped Too'' which was scripted, filmed and acted by members of a unique support group ‘Men of Hope’, and “Gender Against Men”.

These films are designed to challenge stigma and silence, creating a platform for survivors and their communities to be able to both speak about and, hopefully, heal from their experiences. Male survivors of sexual violence typically face shame and embarrassment, contributing to self-isolation, rejection, low self-esteem and, in the worst cases, suicide. Making a film about these experiences is tremendously challenging for all kinds of reasons. Filmmakers cannot extract individual stories of suffering and trauma and then run away to make their films, never to be heard of again.

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Video advocacy and social therapy

Building trust during location visits is paramount when filming personal stories involving extreme trauma. From the very beginning, it is important to ensure that one of the crew members is a member of the local community. This not only helps to bridge the language gap in translation, but also the community feels part of the project once they realise they are not isolated – that one of their own is part of the team and can identify with the issue at hand. Contacts are furthermore shared in confidentiality or secrecy at the initial stage, a precaution that is crucial for CRSV survivors, and the community leader is later cautiously brought into the project at a later stage.

The first or many meetings must be convened without any filming equipment. It may involve the protagonist and perhaps somebody else that they trust, depending on the level of confidentiality of the survivor's story. This stage is simply to explain the purpose of the project and its anticipated benefits to both the participants of the film and the community. Cultural gestures must never be undermined or bypassed, for they are commonly and naturally expected from the community. Building trust is likely to take a long period of frequent engagement, involving months of back and forth visits and preparation.

Survivors who share their experiences can be extremely vulnerable, and the process of opening up can bring out many difficult and negative feelings. This can be partially addressed by ensuring counsellors are within reach to help process issues as they arise. In some circumstances, it may also be necessary to call upon and/or refer to partners who are able to offer services and support. There may even be a need for medical rehabilitation. All of these protective measures need to be in place before even contemplating pressing the record button.

RLP tries to combine video advocacy with social therapy. The most important component of this overall process is the formation of survivor groups that can offer psychosocial support and peer-to-peer counselling between members. These survivor groups can play an important role in healing both individuals and communities. They can also give survivors the confidence to openly share their stories, both on film and in person.

Nothing which gets revealed can be shared without consent. Signing a piece of paper which confirms consent is not always sufficient or effective, since these forms can be misconstrued as involving an exchange for monetary gain. RLP therefore prefers to employ on-camera consent. The local team member communicates details of the intended activity to the person whose story is being recorded, who then confirms or amends the proposed plan, and an audio-visual consent is recorded on camera before engaging in actual filming. These recordings which confirm consent are separately edited and archived. There are also some exceptional occasions when both on-camera and paper consent are combined. For a situation that requires either filming or a film screening involving a large crowd, community leadership plays a key role in securing collective permission. Community leaders can personally mobilise and introduce the purpose of a particular project, and can also open space for members of the community to share their opinions and views.

All of the videos which RLP produces go through a two-part validation process. For example, when producing 'They Slept with Me', the main protagonists was shown an advanced cut of the film in order to ensure that his testimony was captured correctly. This also provided an opportunity to check for any private content which did not need to be shared with the public. Once the film had been privately validated, the community then engaged in a facilitated public screening. This screening ensured a second level of validation, since community members could affirm or challenge the content of the film. Such facilitated film screenings provide a great platform for uncovering additional developments and issues, and for ensuring that community members are invested in both the issues raised and final version of the film. When community members identify specific issues, it can be necessary to re-edit sections or change titles. Small changes in specific scenes can dramatically change the overall flow of the entire film. The film cannot be final without validation.

Producing films which feature personal stories of suffering and trauma can also be challenging for the production team. Filmmakers must walk with survivors through their most traumatic experiences. These stories can trigger strong emotions and secondary trauma for filmmakers, creating an emotional and psychological burden. The production team tends to be emotionally drained by the time the filming process is complete. The postproduction editing process can be similarly challenging, since it frequently involves frame by frame editing of highly confronting material. It is therefore essential to recognise that filmmakers also need safety nets and counselling in order to protect their mental health.

The politics of video advocacy

Films about sexual violence are not always politically popular. People and organisations who have felt threated by RLP films have sought to frustrate their distribution, and to deny permission/permits to hold public screenings. There have even been threats against the safety and security of the organisers, filmmakers, and participants in the films.

This backlash is a testament to the power of video advocacy to document abuses around male survivors and to advocate for corrective action. As we celebrate this innovation and appreciate the use of technology in contributing to research and activism, more work is still required in order to ensure that the same tools can be used as primary evidence before the courts of law in order to hold perpetrators accountable for their past behaviour.

On sacrifice

You who build these altars now
Click Here: liverpool mens jersey To sacrifice these children,
You must not do it anymore.
-Leonard Cohen

Raising the spectre of sacrifice is the all the vogue in current climate denier and delayer circles: it is representative of our current moment in time. Having comprehensively been routed on the denial of science, the minions of fossil fuel lobbies have moved on to delay the onset and diminish the scope of action. “Sacrifice” is one of their preferred bogeymen: any reduction in the use of fossil fuels is presented as unacceptably curtailing the standards of living of — well — anybody, really. They’re not fussy on that count. Rich people, poor people, people in developing countries or well-beyond-industrialized ones — it’s all much the same to them, as long as combustion of their products is in the supply chain. “Fine, fine, there is a climate crisis, indeed, we totally did lie about that part,” goes their narrative, “but are you really sure you want to sacrifice all the convenience brought to you by burning gas, oil and coal?” By equating action on climate with discomfort, they hope they can buy a few more deadly years for their business model. And they may well be right in this cynical calculation; goodness knows they’ve succeeded in the past.

What the climate delayers are sneakily drawing attention away from are the very real sacrifices of escalating climate breakdown: extreme weather events and damage, monster storms hitting areas never before affected, massive flooding, land lost to the sea, water shortages, extreme and unprecedented deadly heatwaves coupled with air pollution, losses in crop yields leading to hunger for millions, disease spread, ecosystem and biodiversity damaged and lost forever. Somehow, these very real, predicted and already occurring forms of harm caused by the fossil fuel industry’s insistence on producing their deadly products are never portrayed as a sacrifice, despite the fact that they will impoverish, harm or kill hundreds of millions of people around the world.

Pushing back against the fossil industry narrative, the green growth camp replies by stating that significant action on climate change will not require sacrifice (measured in terms of economic growth), or at least not very much, compared to the alternative of inaction. Their vision centres around shifting technologies: from fossil-fuelled energy to renewable generation, from internal combustion engine powered cars to electric ones, and so on. The technologies that can’t now be shifted (aviation, parts of agriculture) will be compensated for by negative emission technologies, somehow. The shift will require some up-front costs (investments), but ever afterwards pay back for itself in a greenly-growing low-carbon society. The fact that technologies are unequally distributed is not a concern, since growth in the future should enable all to access them eventually — maybe. “No sacrifice in sight!” is their mantra, “Just invest in modern technology. Our ways of life are not under threat by action on the climate crisis.” In this way, they hope to convince (non-fossil-based) business leaders, politicians and consumer/citizens, and make action on climate breakdown palatable to all, without much fuss.

Unfortunately, extirpating fossil fuels from every corner of our economies and politics is proving to be, well, quite the fuss. “Everything can continue as usual!” is not the rallying cry we need to dislodge king coal, oligarch oil and grasping gas. This is not incidental: protecting growth protects mostly those who profit, and fossil fuel companies, thanks to their decades of market manipulation through lying and deception, have to date been very profitable. In this context, upholding consumption against any sacrifice ultimately serves the purpose of protecting producer profits at all costs.

In contrast, the degrowth camp believes that halting the climate crisis is worth changing our ways of life: not just the technology underlying our consumption, but our consumption itself. They welcome alternative technologies, but refuse to rely upon these alone. They question our systems of production and consumption: who governs them, who makes decisions along supply chains, and, crucially, who profits, and propose radical, democratic and egalitarian alternatives. They emphasize that human needs are satiable – that there exist levels of consumption which are sufficient, and beyond which we do not benefit in terms of our fundamental well-being. They point out that human wants are not infinite (as mainstream economics would have us believe) but rather are products of advertising and hyperactive capitalist production. This group is willing to call openly for the fall of our secular deity, economic growth.

The proponents of degrowth have often been considered unrealistic, beyond the pale, heretic, almost insane. Prosperous economies grow! It’s just what they do! Remember, though: Copernicus was so certain of being considered heretic & insane that he delayed until his death the publication of his work demonstrating that the Earth orbits the Sun, rather than the reverse. Indeed, degrowth is attempting a modern Copernican revolution: this time placing the Earth and its stable climate and life support systems at the centre of our world, and demanding that our societies orbit within limits around it.

As we learn to see the world according to this new Copernican revolution, something very strange happens. We no longer view reducing consumption as a sacrifice – we see it as normal. Necessary. Something just obviously worth doing. And something else happens. We see the overproducers, the fossil fuel industries and their associates, as attacking the real heart of our world: we see them not as purveyors of beneficial products, but as death-bearing destroyers. This reversal of perception, more than anything else, contains within it the promise of a mobilizing force strong enough to face down the fossil fuel industry.

Shall we go back to the idea of sacrifice? How about this: the growth of greenhouse gases in the atmosphere, day by day, year by year, can be seen as the building up of an immense altar. Like Abraham ordered by angels to sacrifice his only son Isaac, we heed authoritative voices – the angels of growth ordering us to consume ever more. Obediently, each day, we build the emissions altar higher. Upon this altar, almost unseen and unheard, countless creatures, ecosystems and species have already been sacrificed by our fevered dream of growth-based holiness. Today, someone’s child will be on it, torn from their parent’s arms by floods and storms. Tomorrow, yet another child, a bit closer, will succumb to heat or air pollution. After-tomorrow, it will certainly be mine, or yours. At our current rate of building this altar, it will devour all around it. At four degrees and more of warming, an unimaginable level we are on track to reach by the end of this century, human civilization itself will be consumed.

So the next time someone, from Exxon-Mobil perhaps, or Shell or BP, or Saudi Aramco, or Gazprom, or VW or Audi or Land Rover, or British Airways or Easyjet, comes to whisper in your ear that reducing consumption of fossil fuels and energy is just too much sacrifice, remember the altar they have been cajoling us to build so high in the sky. In the story, Abraham stops short of murdering his child when he looks around and sees a ram, the real object of sacrifice. Perhaps, if we look around at this late and desperate hour, rather than sacrificing our own children, we might finally see the fossil fuel industries for what they are – and decide to sacrifice them instead.

Corporate courts: the latest threat to democracy in Armenia

The history of Armenia is a story of brave struggle against violent colonialism and repression. The tragedy of the Armenian genocide of the early 20th century was followed by decades of Soviet rule. Independence in the 1990s then issued in almost thirty years of authoritarian government.

But in April 2018, Armenia’s “Velvet Revolution” saw mass peaceful protests topple the former kleptocratic regime, bringing new hope for democracy. With revolutionary leader Nikol Pashinyan elected as Prime Minister in May, a wave of optimism swept across the country. People everywhere were newly conscious of their collective power.

But, now, Armenia faces a different kind of threat: a shady parallel legal system known as investor state dispute settlement (ISDS).

ISDS gives foreign investors the right to sue governments in secretive corporate courts for policies they think could harm their profits. And Armenia’s new government now finds itself on the end of a possible $2 billion ISDS threat, brought by international mining firm Lydian International.

Save Amulsar

This begins with a controversial gold mine in Armenia’s picturesque southern mountains. In 2016, Lydian began construction on the Amulsar open-cast gold mine, amidst serious local opposition. Armenia has been plagued by the toxicity of the mining industry for years. Mining projects have failed, leaked, been abandoned and wreaked havoc with local ecosystems and livelihoods.

Amulsar is located near a reservoir that feeds Lake Sevan, Armenia’s largest and most important source of fresh water. Scientists have warned that acidic drainage from the mine would inevitably seep into the lake, posing a threat to the country's water system.

Amulsar sits just kilometres above the celebrated spa town of Jermuk, which since Soviet times has been an iconic centre of health tourism. Despite Lydian’s promise of jobs, the likely reality is that much of these would be outsourced beyond the local community and, in any case, only be on offer across the ten-year lifespan of the mine. With the mine threatening the more abundant and long-term employment opportunities provided by Jermuk’s spa industry, locals are clear which economic development pathway they prefer.

When Lydian’s operations began, locals made fleeting and sporadic attempts to block the roads leading to the mine in an attempt to stop construction. Yet these protests were always met with heavy-handed police opposition and quickly quashed.

That is, until the 2018 revolution, at which point two things changed. Firstly, the stage was set for a much less repressive government, opening up new possibilities for protest. Secondly, the triumph of people power over authoritarianism inspired the communities surrounding Amulsar to take their resistance to the next level.

In June 2018, one month after the Pashinyan government was elected, locals began a permanent 24/7 blockade of all three roads approaching the mine. The blockade continues to this day, having stopped all construction at the site for the past year and prevented any gold from been extracted.

Taking action

Amulsar is Lydian’s principal asset, and international investors behind the company – from US and UK hedge funds through to the European Bank of Reconstruction and Development (EBRD) – are counting on Lydian to deliver the goods.

It seems that the authoritarianism of the pre-revolution regime was a vital component of Armenia’s mining industry. Local opposition is no real issue when the state is willing to violently crack down to eliminate any obstacles.

The Pashinyan administration remains on the fence over Amulsar. Pashinyan himself has publicly criticised both the blockade and Lydian, and even visited Jermuk to facilitate a meeting between protestors and the company in July last year. The new government has yet to use force against the protests and has taken no action to remove the blockade.

Lydian have now resolved to take action against the government. Its mechanism for doing so: investor state dispute settlement.

Corporate courts

ISDS provisions are now commonplace in today’s trade and investment deals under the guise of “investor protection” – and are becoming increasingly widely used. With ISDS invented in the 1960s, there were just two ISDS cases brought in 1995, compared to 83 in 2015.

ISDS operates outside of domestic legal systems, offering a bespoke set of legal privileges accessible only to foreign investors. Companies cannot bring cases against the governments of countries they are registered in, and there is no means by which governments or individuals can bring ISDS cases against investors. Indeed, it’s fair to say the government can never really win. Whatever the verdict, governments must cover their own legal fees, with the average legal defence over £6 million.

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Investors use ISDS to claim so-called monetary “compensation” – not just for money already invested, but also for projected future profits. The average pay-out is $522 million, yet awards often reach into the billions, with the highest ever an eye-watering $50 billion for a bankrupt oil company, courtesy of the Russian government.

Cases are brought to ad hoc private tribunals of arbitrators, which are paid huge sums on a case-by-case basis. Because cases can only be brought by investors, the system builds in a financial incentive for arbitrators to reach investor-friendly verdicts. Very little is known about the operations of these tribunals as there is little to no transparency. What we do know, however, is that an “inner mafia” of just 15 arbitrators have decided 55% of all known cases, according to the Transnational Institute.

Arbitrators have no obligation to consider any factors external to trade and investment law, such as human rights or environmental protection. There is no mechanism for representing the concerns of communities affected by the investors and policies in question. And governments have no right to appeal verdicts.

While ISDS was initially invented solely to protect against the expropriation of foreign investors' assets, vague definitions of “investment” within trade and investment deals allow cases to be brought to challenge all manner of policies. Cases have been brought, for instance, in opposition to fracking bans, sugar taxes, plain cigarette packaging, caps on water rates – the list goes on.

Lydian is by no means the first mining firm to be utilising ISDS. Canadian-based Gabriel Resources, for example, are currently suing the Romanian government for $5.7 billion over what could, if approved, be Europe’s largest open-cast gold mine: Roşia Montană. This is the site of a heroic 20-year battle waged by local residents, who recently won a case in the Romanian courts that revoked the firm’s permit to mine – a decision now being challenged in a corporate court.

Or take the case of Infinito Gold, who in 2014 launched a $94 million lawsuit against Costa Rica following a decision to revoke their permit for the Las Crucitas open-cast gold mine on environmental grounds. In this instance, Infinito folded its operations as a mining enterprise, re-orientating their entire business around the ISDS case.

Ransom note

What, then, of the Lydian case? After the community blockade at Amulsar began, Lydian established two subsidiary companies in the UK and Canada. Both countries hold investment treaties with Armenia that include ISDS provisions. In March 2019, the company “formally notified” the Armenian government of a dispute it was bringing under both of these investment treaties. This formal notification is the first step investors must take to initiate ISDS proceedings, offering governments the chance to resolve the dispute before the case goes to arbitration.

Whether or not this threat has now been realised, we do not know. Investors have no legal obligation to publicly announce if and when arbitration has begun – further testimony to the opacity of the system. Nor, indeed, have Lydian confirmed what the precise grounds of the case are. All Lydian themselves will say is that the dispute has been brought “in connection with the ongoing blockades of road access to the Amulsar Gold Project”.

Reporting in the investment press offers a little more detail, noting that “they [Lydian] believe the country’s failure to remove road blockades cutting off access to the Amulsar gold project violated its investment treaties with the U.K. and Canada.” When campaigners from Global Justice Now and War On Want wrote to Lydian to request confirmation that this reporting was accurate, no response was forthcoming.

Short of formal confirmation, however, matters seem fairly clear. Lydian’s dispute notice functions as a ransom note to the Armenian government: forcefully remove the blockade at Amulsar or face a possible $2 billion lawsuit, according to numbers reported in the Armenian press.

People power vs corporate power

A year on, and the future of Armenia’s 2018 revolution remains to be seen. As the new government’s response to the protests at Amulsar illustrates, political freedoms have no doubt been expanded in the past year. Yet, at the same time, the signs are that the Pashinyan administration’s scramble to welcome foreign investment might lead to a doubling-down on pro-business and pro-market policies, irrespective of the human and environmental costs.

Amulsar, then, makes for the new government’s first major test. Will Pashinyan side with the people that brought him to power, or else bow down to powerful investors? As yet, matters seem too close to call.

It seems that Lydian’s threat of ISDS is intended to bully the Armenian government into taking a side. How remarkable that a little-discussed clause within unknown investment treaties could undermine years of bitter struggle on the part of the Armenian people. What a damning indictment of this anti-democratic shadow legal system, in which the future of a country's water system can be seen as nothing short of irrelevant.

Canada, South Africa, India, Ecuador, Tanzania, Indonesia and New Zealand have all taken steps to review, limit or end trade deals including ISDS and are refusing to sign new ones. And now, Armenia is becoming the latest flashpoint in the global struggle against corporate courts. If this country’s recent history tells us anything, it’s that however bleak circumstances may seem, it’s always worth taking a stand.

"More Precious Than Gold" is a new short documentary film about the threat of corporate courts in Armenia, produced by Global Justice Now and War On Want. You can watch the film here.

Paolo Cognetti, Diego Leoni e Margi Preus vincono il 43° Premio ITAS del Libro di Montagna

Al 65° Trento Film Festival sono stati decretati i vincitori del Premio ITAS del Libro di Montagna. A vincere la 43° edizione del concorso letterario dedicato alla letteratura alpina sono stati: Paolo Cognetti con Le otto montagne (Migliore opera narrativa), Diego Leoni con La guerra verticale (Migliore opera non narrativa) e Margi Preus con Il segreto di Espen (Migliore opera narrativa per ragazzi).

Il Premio ITAS del Libro di Montagna, il concorso letterario dedicato alla letteratura alpina, è giunto alla sua tappa conclusiva proclamando i vincitori della 43ᵃ edizione nell’ambito del 65° Trento Film Festival. Il riscontro da parte del pubblico partecipante in questa edizione ha superato ogni aspettativa, facendo segnare il record nel numero di opere ricevute: 122 pervenute da 70 case editrici. Un successo che ha convinto gli organizzatori a tornare alla cadenza annuale del concorso; dal 2013, il Premio ITAS si è infatti svolto ogni due anni. Il prossimo appuntamento è quindi fissato ufficialmente per il prossimo anno. Scelti dalla giuria presieduta dallo scrittore Enrico Brizzi, i vincitori di questa edizione per ciascuna delle categorie in gara, premiati con il Trofeo Aquila ITAS realizzato dall’artista Albino Rossi, sono:

Migliore opera narrativa: Paolo Cognetti con Le otto montagne (Einaudi). La giuria lo ha decretato all’unanimità come il miglior testo di narrativa di montagna uscito di recente dalle tipografie italiane. “Il romanzo procede con il passo sicuro di chi conosce l’avanzata su sentiero come la progressione su ghiaccio, il brivido verticale dell’arrampicata e il necessario autocontrollo di chi, dopo aver raggiunto una sommità, si governa per gestire la discesa – si legge nella motivazione della giuria – La sua scommessa più vertiginosa non è tanto quella di deliziare chi la montagna la ama già quanto di saper raccontare la grammatica della famiglia e dell’amicizia, della maturazione e dell’inseguimento della propria vocazione anche a quanti vedono la montagna come un luogo esotico, straniero, persino ostile, restituendola in tutta la sua ruvida e fertile capacità di accogliere, meravigliare, custodire e far crescere i sogni di ognuno di noi”.

Migliore opera non narrativa: Diego Leoni con La guerra verticale. Uomini, animali e macchine sul fronte di montagna. 1915-1918 (Einaudi). La giuria ritiene “che questo volume sia destinato a divenire un classico della storiografia bellica e non solo. E’ un volume in cui la guerra in montagna è affrontata da più punti di vista, che apre scorci nuovi su un conflitto così devastante e su quel luogo, la montagna, le montagne, così devastato; e forse soprattutto sugli essere umani, ancor più devastati dalla guerra, dalle condizioni di vita, e di morte: là dove, fino a pochi anni prima dello scoppio, si riteneva impossibile combattere”.

Migliore opera narrativa per ragazzi: Margi Preus con Il segreto di Espen (EDT-Giralangolo). La scrittura procede senza strappi, con grande capacità descrittiva, con una sintassi di facile leggibilità. Tutto ciò rende il libro un’ottima occasione per entrare, lato sensu, nel sistema di valori autentici della montagna in un contesto storico e geografico ben preciso, quello della Norvegia durante la seconda guerra mondiale. “Nei confronti di quell’ambiente norvegese, fatto di freddo, neve, montagne, boschi estesi, il giovane Espen sa porsi da subito con serena competenza, frutto di una naturale educazione alla vita: sa sciare, muoversi nei boschi, affrontare la notte, osservare le stelle”.

Menzione speciale all’opera In nome dell’orso di Matteo Zeni, pubblicato dalla casa editrice Il Piviere. Si tratta di un libro appassionato e molto documentato sull’Orso Bruno, un approccio globale alla tematica di questo grande predatore che vive sulle montagne una stagione nuova, dopo essere stato cacciato in modo feroce ed avere rischiato l’estinzione. Un approccio che ci mette di fronte a responsabilità molto grandi, che riguardano la sopravvivenza di questa specie sulle Alpi, ma soprattutto il nostro rapporto con l’ambiente, la nostra capacità di coesistere e conservare la grande biodiversità delle montagne che abitiamo.

Per ogni categoria, la giuria ha inoltre segnalato altre opere significative: per la sezione Opera narrativa Di roccia, di neve, di piombo di Andrea Nicolussi Golo (Priuli & Verlucca); per la sezione Opera non narrativa La battaglia del Cervino. La vera storia della conquista di Pietro Crivellaro (Laterza); per la sezione Libro per ragazzi Montagna di Alberto Conforti (Rizzoli).

I vincitori di Premio ITAS Montagnav(v)entura e Aquila Studens
Grande successo di partecipazione anche per Montagnav(v)entura, il concorso rivolto ai giovani autori tra gli 11 e i 26 anni. I 765 racconti pervenuti fanno infatti di Montagnav(v)entura probabilmente il concorso di narrativa per ragazzi di maggiore successo in Italia e testimoniano il desiderio sempre più forte tra i giovani di esprimere, attraverso la scrittura, quelle emozioni che solo ambienti naturali come la montagna possono far nascere.

Nella sezione ragazzi 11-15 anni, ad aggiudicarsi il premio Montagnav(v)entura sono: Maria Zecchini con Un ricordo importante; Maddalena Zambon con Forse non è mai troppo tardi; Matilde Apolloni con Memorie di una marmotta. Il premio Montagnav(v)entura sezione FANTASY è stato assegnato, invece, a Manuela Ortis per il suo Una fiaba su cento. A loro si aggiunge Davide Di Maio, vincitrice della sezione R@ACCONTO con Cloni a metà. Infine, il premio speciale Salewa 2017 è stato assegnato a Martino Piva per il racconto Non si può non lottare.

I due premi Aquila Studens 2017, con cui ITAS premia le due migliori tesi di laurea sullo studio della montagna e dell’ambiente alpino in ogni aspetto naturale, umano, storico e letterario, sono stati assegnati a: Greta Maria Rigon per la sua tesi Interpretazione di un paesaggio in trasformazione. Il caso del bacino di innevamento artificiale di Montagnoli e a Giulia Sbrizza con le tesi Le proprietà forestali collettive nella Regione Veneto: modelli di resilienza o ‘relitti del passato’?

“Oggi la montagna è uno scenario superstite nel quale si possono svolgere grandi confronti tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e se stesso, l’uomo che va alla ricerca dei propri limiti. In questo senso è probabilmente lo scenario potenzialmente più fertile perché è ancora il meno raccontato, per cui siamo enormemente entusiasti del fatto che di anno in anno il numero dei partecipanti continui a crescere come anche la levatura delle opere che ci arrivano – commenta il presidente di giuria, Enrico Brizzi – Da parte nostra, come nelle edizioni del 2013 e del 2015, abbiamo premiato i racconti che più hanno spiccato per originalità, dove la montagna viene raccontata come uno spazio di libertà, di avventura, di ricerca”.

Info: www.premioitas.it

Premio ITAS del Libro di Montagna
Nato nel 1971, è il più antico dei premi letterari dedicati alla montagna e uno dei più importanti a livello mondiale. Nel corso degli anni ha selezionato e premiato libri che sono poi entrati nel canone dei classici della letteratura di montagna, di autori quali Messner, Diemberger, Krakauer, Camanni.
La giuria, guidata per molti anni da Mario Rigoni Stern, è ora presieduta da Enrico Brizzi.

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Andrea Polo ripete Team Vision, la king line della Scogliera di Pal Piccolo

Il racconto di Andrea Polo che il 21/12/2016 nella bellissima falesia della Scogliera al Monte Pal Piccolo (Alpi Carniche) ha ripetuto Team Vision 8c/c+, la via d’arrampicata sportiva liberata nel 2015 da Adam Ondra.

Ogni via salita ha la sua storia, un percorso più o meno lungo a tappe che evolve dallo stato di incertezza iniziale al successo finale. Team Vision è una super linea di 50m in Scogliera, la falesia più grande dell’area Pal Piccolo – Passo di Monte Croce Carnico. Attrezzata da Aberto Dal Maso – ADM – nel settembre 2015 poco prima e per il meeting di arrampicata Find Your Way, è nata armoniosamente dall’intuizione, dal lavoro e dalla performance di un gruppo di amici.

Lo scopo del meeting è anche quello di attrezzare qualche via nuova, e al nostro arrivo sotto la parete armati di trapani e materiale, troviamo una bella corda penzolante proprio nella zona che avevo pensato di esplorare e eventualmente valorizzare. La parete è talmente bella che in breve individuiamo due linee, ADM si occuperà della super colata nera sulla verticale della corda fissa mentre io mi sposterò più a sinistra su quella che poi diventerà il bellissimo 8c di Find Your Way. In fase di chiodatura ADM è un po’ perplesso sulla fattibilità della sua creatura, io invece sono convinto che la linea sia scalabile e gli raccomando di fare un bel lavoro. I cantieri ci impegnano per gran parte della giornata e alla fine siamo entrambi soddisfatti del lavoro, le vie sono pronte per essere provate. Alberto ha chiodato benissimo e l’indomani Adam Ondra sale la via al secondo tentativo definendola una “king line”, è nata la Team Vision.

Dopo la salita di Find Your Way e di Bella Senza Nome ho spostato la mia attenzione su Team Vision, pur sapendo che sarebbe stata dura e probabilmente impossibile per me. La via si compone di una prima parte di 7b lunga circa 20m, poi una sezione dura di 10 movimenti fa lievitare il grado a circa 8b, a cui segue una parte di resistenza di una quindicina di metri fino a un buon riposo prima del difficile e psicologico strapiombo finale.

Ci sono voluti un po’ di tentativi per risolvere e affinare le sequenze ma poco a poco il puzzle prendeva forma e l’incertezza iniziale stava gradualmente evolvendo in barlume di speranza. Il difficile tratto iniziale e l’uscita rimanevano una grande incognita, facevo la sequenza ma in continuità non riuscivo a passare il blocco iniziale e cadevo in uscita con gli avambracci belli gonfi.

Risolutiva è stata una foto che ritrae il buon Adam Ondra in azione durante la libera del tiro. Sono riuscito ad avere questi scatti solo a novembre, dopo un anno ce n’eravamo quasi dimenticati, ma quasi per magia sono comparsi al momento giusto. Pochi giorni dopo ritorno in Pal Piccolo curioso di verificare il possibile nuovo metodo. Faccio il primo giro con il vecchio sistema ma cado ancora alla fine della sequenza, così non può andare. Provo subito il nuovo metodo, la sequenza di Adam. Un piccolo dettaglio, un movimento in più sfruttando una microtacca che permette di alzare il baricentro e sfruttare meglio l’appiglio successivo. La sequenza entra al primo colpo e sembra decisamente meglio rispetto a come provavo prima. Sono fiducioso.

Dopo un buon riposo parto per il secondo giro della giornata, arrivo sul passo, strizzo per bene le piccole prese e finalmente afferro la buona presa di fine sequenza. Respiro, decontraggo, mi calmo un po’ e riparto deciso. Tra uno sbuffo e l’altro arrivo al buon riposo prima dell’uscita. Ho gli avambracci stanchi, la testa che “fuma” e mi devo impegnare tantissimo per riprendere il controllo e considerarmi pronto a proseguire. Con un po’ di pazienza ci riesco e, raccogliendo le ultime energie rimaste parto per l’uscita.

Ogni movimento è lungo, sono sempre molto steso, gli appoggi sono precari, gli appigli vanno caricati in maniera precisa ed è necessario un grande controllo del corpo per non sbilanciarsi e cadere. Due spit e dieci movimenti mi separano dal successo, domino i primi cinque, vacillo al sesto e cado al settimo entrando e uscendo con le dita dalla presa buona, l’appiglio della vittoria. I tre movimenti finali infatti non sono difficili. Non mi arrabbio nemmeno, ho dato il massimo, sono contento e ora ho la certezza di poterla salire.

Lo stesso giorno provo un terzo giro e cado nuovamente in uscita anche se un paio di prese più in basso rispetto al tentativo precedente. Il bilancio della giornata è più che positivo e, pur sapendo di aver perso una buonissima occasione, sono convinto che la salita non può essere lontana. Non sarà proprio così…

Il tempo peggiora, nevica poi piove e inizio a temere che il rigore dell’inverno costringa a rimandare tutto alla prossima primavera. Dopo una decina di giorni il tempo migliora e sembra che l’alta pressione durerà. Il vento e l’esposizione a sud favoriscono l’asciugatura della parete e dopo appena un giorno di bel tempo ritorno sulla via. Siamo a metà novembre ormai e seppur favorendo dell’inversione termica che garantisce temperature più miti in quota che nei fondovalle, il cielo dev’essere sgombro da nubi altrimenti è troppo freddo per arrampicare. Un paio di volte infatti ci siamo dovuti ritirare per il freddo e cambiare falesia.

Riesco a fare dei buoni giri, cado 3-4 volte in cima al tiro su un movimento particolarmente ostico e precario, un paio di volte cado nel tratto di resistenza prima del riposo finale causa sgommate di piedi o stanchezza. Ammetto che pensavo di chiudere i conti più agevolmente, inizio a patire mentalmente la lunghezza del tiro e continuare a cadere al quarantacinquesimo metro è molto stressante.

Click Here: Gws Giants Guernsey Il tempo peggiora nuovamente e ritorno sul pezzo a dicembre. Sembra impossibile ma le condizioni meteo sono fin troppo buone, atmosfera secchissima, sole e venticello sarebbero il top per arrampicare. Su questa via per me non è così, infatti la pelle troppo secca scivola sulle prese e arrampicare in queste condizioni richiede la massima attenzione e precisione per non scivolare dai minuscoli e sfuggenti appigli. Cado sempre in cima perchè sul passo chiave non riesco a “sentire” bene gli appigli, scivolano e spreco troppe energie per rimanere attaccato alla roccia.

Settimana di Natale, ormai psicologicamente sono cotto dopo essere caduto troppe volte sull’uscita del tiro ma non mi arrendo e mi ostino a provare ancora. Agli occhi di molti sembra follia ma io ci sono dentro fino al collo in questo vortice di passione, emozioni e attrazione per questo pezzo di roccia. Voglio chiudere i conti.

Il 21 dicembre salgo in Scogliera assieme ad Alberto e Andrea, giornata super e sembra un po’ più caldo rispetto alle volte precedenti, ciò è decisamente positivo. Durante il riscaldamento le sensazioni sono buone, cerco di rilassarmi e restare calmo, riposo un’oretta poi è il mio turno.

Salgo la prima parte, breve riposo, passo il blocco duro, continuo a respirare, decontraggo e riparto veloce. Altro riposino, passo anche la difficile e precaria sezione successiva, altra piccola decontrazione poi stringo i denti sui difficili movimenti successivi e arrivo al buon riposo prima della parte finale. Mi sento stanco ma sembra un po’ meno rispetto la volta prima, respiro, scrollo le braccia, mi tranquillizzo e cerco di proiettare sull’uscita tutte le rimanenti energie psicomotorie.

Alberto mi assicura con attenzione, grido “vado” e parto. Entro nella sequenza, eseguo tutto alla perfezione, stringo a dovere la malefica tacchetta spallata di sinistro, mi rannicchio, carico di destro l’orribile appoggio e lancio alla presa obliqua di mano destra. Automaticamente la tensione muscolare blocca la sbandierata e resto su. Muovere i piedi in questa situazione richiede grande sforzo e attenzione, continuo a respirare, blocco ben bene di braccio destro e li alzo. Intermedio di sinistra e poi afferro la strana tacca svasa da stringere con il pollice, altro difficile e cruciale posizionamento di piedi e grande allungo alla presa buona da afferrare con precisione. Temevo molto questo passaggio perchè mi aveva già respinto una volta e l’ansia da prestazione avrebbe potuto annebbiarmi la mente.

Mi sento bene, ho ancora energie, eseguo tutto perfettamente, mi allungo al massimo e afferro la presa, alzo i piedi, respiro, non ci credo, quasi strappo dalla parete le ultime tre prese, passo la corda in catena e urlo di gioia. Ho salito Team Vision, una king line, ho vinto i demoni del fallimento e sono davvero felice!

Mi faccio calare, levo i rinvii e cancello con lo spazzolino tutti i segni della mia battaglia riportando la parete al selvaggio e incognito splendore iniziale. A terra gli amici mi abbracciano e sembrano felici quanto me, del resto abbiamo condiviso tutto il percorso, è bello chiuderlo insieme e poi forse erano anche un po’ stanchi di farmi sicura.

Il sole è ancora alto nel cielo, la meritata birra può aspettare e arrampichiamo fino al tramonto.Salgo anche il bellissimo 8a di Mumbo Jumbo fallendo per un soffio la salita dell’allungamento di 8b, super giornata. Per un po’ non arrampicherò in Pal Piccolo, ci vuole una pausa ma non vedo l’ora di mettere le mani sulla super linea della Ics, altra via dura liberata da Adam che attende ancora la prima ripetizione.

Salire Team Vision è stato per me molto importante, un percorso duro e lungo per i miei standard, mi sono spinto al limite, ho dato il massimo, mi sono innamorato della linea e con costante dedizione sono riuscito a salire una tra le più belle vie della mia vita. Grazie ADM per aver chiodato bene e grazie Adam per il bel regalo della prima libera.

Nelle mie salite l’interesse che ripongo nel grado è di gran lunga minore rispetto ad altre ben più nobili e importanti motivazioni. La bellezza della linea, la qualità della roccia e della scalata, l’impegno globale necessario, la location e infine ma non meno importante, la buona qualità della chiodatura (posizione e adeguata distanza tra le protezioni) contribuisce ad accrescere la bellezza di una via rispetto ad un altra.

Team Vision è stata liberata da Adam al secondo tentativo dopo un primo giro perlustrativo per pulire gli appigli e studiare le sequenze. Il secondo giro è stata una passeggiata di salute, almeno così è sembrato a noi spettatori. Salire una via su quella inclinazione e tipologia di prese è per lui pura formalità, non gli serve tanto studio, è fisicamente al di sopra di queste difficoltà. Sulla base di queste considerazioni può capitare che non sempre esegua le sequenze nel modo più economico in termini di dispendio energetico. E’ un fatto normale che sicuramente sarà capitato alcune volte a climber impegnati con le prime libere di tiri appena chiodati. Propone il grado di 8c+.

Mentre provavo la via, spontaneamente e inevitabilmente ho iniziato a ragionare sulla gradazione. Purtroppo non ho ricordi dettagliati del tentativo vittorioso di Adam ma per alcune sezioni le foto scattate da ADM mi hanno aiutato a fare le dovute considerazioni. Nella prima parte eseguiamo le stesse sequenza, nella parte centrale più o meno anche mentre sull’uscita ho trovato una sequenza diversa, più diretta, meno precaria di quella eseguita da Adam e testimoniata dagli scatti in mio possesso.

Basandomi sulla mia esperienza di vie ripetute e liberate, dei vari viaggi arrampicata nei posti di riferimento mondiali dove ho provato anche vie più dure di Team, penso di possedere sufficiente esperienza e onestà morale per valutare ponderatamente la questione grado. Sulla base di quanto sopra citato ho proposto un piccolo ritocco della gradazione verso il basso passando a 8c/c+ sempre e comunque in attesa di ulteriori ripetitori.

Scrivo in merito a ciò perchè ho ricevuto svariate battute più o meno ironiche sul fatto che ho “sgradato” una via a Ondra e mi son giunte voci di gente che ritiene la mia proposta di ritocco del grado un sintomo di arroganza. La cosa che mi dispiace maggiormente è che pochi mi hanno chiesto della bellezza della via o di come ho vissuto la salita, la maggior parte si è limitata al grado.

Alla base di tutto penso ci sia un briciolo di invidia altrimenti non capirei l’atteggiamento. Io arrampico per me stesso, ne ho bisogno e sono felice quando lo faccio. Cerco di essere obbiettivo in merito a quello che faccio, non voglio mentire a me stesso ingrandendo prestazioni delle quali conosco il valore e non voglio spacciare agli altri, agli sponsor e ai media una prestazione più grande di quello che in realtà è. Questa a casa mia è umiltà, l’arroganza la lascio a chi giudica spesso in modo non consapevole e senza esperienza.

Impariamo ad amare la roccia e a rispettarla, a godere del gesto atletico e della bellezza dei movimenti lasciando in secondo piano i gradi, le invidie, le stupide competizioni in falesia e i giudizi a cuor leggero, vivremo meglio la nostra passione e la condivisione sarà più piacevole.

Buone arrampicate a tutti, ci vediamo in parete!

di Andrea Polo

Andrea ringrazia: E9

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Coppa del Mondo Lead 2017 – Briançon Live

Briançon in Francia sta attualmente ospitando la terza tappa della Coppa del Mondo di arrampicata Lead 2017. Questa sera ore 19:30 le finali in live streaming.

Dopo la prima tappa aVillarsa metà luglio e le seconda subito dopo a Chamonix quattro giorni più tardi, attualmente è in corso la terza tappa della Coppa del Mondo Lead 2017 a Briançon in Francia. Ancora una volta entrambi Stefano Ghisolfi e Marcello Bombardi sono riusciti a conquistare la finale. Live streaming alle 19:30

RISULTATI SEMIFINALE
MASCHILE

1 Romain Desgranges FRA 36+
2 Sebastian Halenke GER 36+
3 Masahiro Higuchi JPN 36+
4 Marcello Bombardi ITA 36+
5 Sean Bailey USA 36+
6 Naoki Shimatani JPN 36
7 Sean Mccoll CAN 35+
8 Stefano Ghisolfi ITA 35+

9 Domen Skofic SLO 35+
10 Keiichiro Korenaga JPN 35+
11 Sam Avezou FRA 35
12 Max Rudigier AUT 34+
13 Hanwool Kim KOR 33+
14 Francesco Vettorata ITA 33+
15 Loïc Timmermans BEL 33+
16 James Pope GBR 33
17 Hannes Puman SWE 33
18 Jakub Konecny CZE 32.5
19 Thomas Joannes FRA 30+
20 Christoph Hanke GER 29
21 Aleksei Rubtsov RUS 29
22 Filip Schenk ITA 28+
23 Matthias Schiestl AUT 27+
24 Martin Tekles GER 23+
25 Elan Jonasmcrae CAN 23+
26 Théo Ravanello FRA 23+

FEMMNIILE
1 Janja Garnbret SLO Top
1 Jain Kim KOR Top
1 Anak Verhoeven BEL Top
4 Jessica Pilz AUT 42+
5 Mina Markovic SLO 37+
6 Julia Chanourdie FRA 37+
7 Margo Hayes USA 37
8 Salomé Romain FRA 31+

9 Hélène Janicot FRA 29.5+
10 Katherine Choong SUI 29+
11 Smith Thompson- Molly GBR
12 Risa Ota JPN 29+
13 Brooke Raboutou USA 29
14 Viktoriia Meshkova RUS 28
15 Julia Fiser AUT 27+
16 Vita Lukan SLO 27
17 Nolwen Berthier FRA 27
18 Katharina Posch AUT 26+
19 Hannah Schubert AUT 26+
20 Moe Yoshimura JPN 26+
21 Laura Stöckler AUT 26+
22 Anne-Sophie Koller SUI 26
23 Heloïse Doumont BEL 25+
24 Tina Hafsaas Johnsen NOR 19
25 Alina Ring SUI 15+
26 Minseon Kim KOR 15+

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Transcavallo 2018, Reichegger – Boffelli e Valmassoi – Theocharis vincono la seconda tappa

Ieri Manfred Reichegger e William Boffelli hanno vinto la seconda tappa della Transcavallo, la gara di scialpinismo a squadre che corre tra le montagne venete dell’Alpago e quelle friulane di Piancavallo. In campo femminile conferma per la squadra di Martina Valmassoi – Dimitra Theocharis. Oggi la terza ed ultima tappa, che assegnerà anche il Campionato Italiano.

Dopo il prologo del venerdì sera, la 35° edizione della Transcavallo è entrata nel vivo con la seconda tappa che prevedeva oltre 2000 metri di dislivello di sola salita diluiti in tra salite, con partenza dalle piste di Piancavallo e arrivo a Col Indes, poco sopra l’abitato di Tambre.

Dopo aver consultato le previsioni meteo il Comitato Organizzatore venerdì pomeriggio aveva deciso di cambiare leggermente il percorso della seconda tappa. Le condizioni meteo, perfette sino a sabato mattina sarebbero peggiorate, portando neve e pochissima visibilità durante la giornata dell’assegnazione dei titoli tricolore. Erano troppe edizione che il canalino delle Placche non veniva affrontato, quindi in accordo con i responsabili del tracciato è stato deciso di anticipare di una giornata, la salita del canalino.

La partenza è stata data alle 8:45, quando i primi raggi di sole avevano iniziato a illuminare le piste della Ski Area di Piancavallo. La traccia di salita ricalcava il percorso della gara Vertical “Mondiale” del 2017. In questa prima fase sono state le squadre formate da Eydallin-Lenzi, Reichegger-Boffelli e da Viret-Equy a prendere il comando delle operazioni. Nella prima parte di salita nessun problema tra i battistrada, ma dopo la prima discesa, salendo verso il Rifugio Semenza, Damiano Lenzi inizia a sentire delle fitte alla schiena e perde metri preziosi dalle due coppie rivali. Eydallin rallenta il ritmo e prova ad aspettare il compagno di squadra, ma è proprio in vista del Rifugio Semenza che Damiano Lenzi alza bandiera bianca e comunica il ritiro. “Combattere contro la fatica – ha racconto in zona arrivo Damiano Lenzi – è un conto, ma quando senti che le gambe si bloccano forse è meglio fermarsi”.

Dopo il ritiro della coppia favorita, Manfred Reichegger e Williamo Boffelli difendono la prima posizione insidiata dalla squadra di Viret-Equy. Nella tecnica salita del Canalino delle Placche i due battistrada non hanno grossi problemi a mantenere la prima posizione, e giunti in cima al Monte Guslon, girati gli sci verso valle, iniziano a gustarsi la vittoria di questa seconda tappa.

La vittoria arriva con il tempo 2:11’52’’ mentre in seconda posizione si classificano Samuel Equy e Leo Viret. La terza posizione viene conquistata da Filippo Beccari-Lars Erik Skjervheim con il tempo di 2:21’33’’.

Per quanto riguarda la classifica generale Reichegger-Boffelli agguantano la prima posizione, dietro di loro i francesi Samuel Equy e Leo Viret, in terza posizione provvisoria troviamo Filippo Beccari e Lars Erik Skjervheim.

In campo femminile c’è la conferma della netta supremazia della coppia Valmassoi-Theocharis che chiudono la seconda tappa con il tempo di 2:54’42’’. In seconda posizione si classificano Martina Chialvo e Samantha Odino.

Archiviata la seconda tappa della Transcavallo oggi si gareggerà per l’assegnazione del Campionato Italiano. Nonostante le previsioni meteo avverse, il Comitato Organizzatore ha confermato il percorso classico della Transcavallo con 2240 metri di dislivello positivo diluito in quattro salite. Da segnalare che dopo il ritiro durante la seconda, Matteo Eydallin gareggerà per la conquista del Campionato Italiano in coppia con il giovanissimo Davide Magnini.

Sponsor: SCARPA, KARPOS

Tutte le informazioni su www.transcavallo.it

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